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Home » Salute » Scienza » Scoperto in una grotta rumena il batterio che resiste agli antibiotici da prima che esistessero

Scoperto in una grotta rumena il batterio che resiste agli antibiotici da prima che esistessero

Batterio di 5.300 anni trovato in una grotta in Romania: resiste agli antibiotici moderni. Una scoperta che divide tra rischi e nuove cure.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino20 Febbraio 2026
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rappresentazione grafica dei batteri
rappresentazione grafica dei batteri (fonte: FreePik)

Il ghiaccio profondo della Transilvania ha restituito un segreto biologico che sfida le nostre conoscenze sulla medicina moderna. All’interno della grotta glaciale di Scărișoara, situata nei Carpazi rumeni, un team di scienziati ha identificato un microrganismo rimasto isolato per oltre 5.300 anni. La particolarità di questo batterio, denominato PsychrobacterSC65A.3, risiede nella sua incredibile capacità di neutralizzare numerosi antibiotici, nonostante sia rimasto sepolto sotto oltre 16 metri di ghiaccio millenario, ben prima che l’umanità scoprisse la penicillina.

La scoperta, pubblicata sulla prestigiosa rivista Frontiers in Microbiology, è il risultato di un’operazione di carotaggio guidata dall’Istituto di Biologia di Bucarest. I ricercatori hanno estratto un cilindro di ghiaccio profondo 25 metri, analizzando gli strati datati con il radiocarbonio. A una profondità di 16,5 metri, in un orizzonte temporale risalente a circa 5.335 anni fa, è stato rinvenuto questo batterio non in stato di semplice ibernazione, ma potenzialmente ancora vitale e perfettamente adattato alle temperature estreme (prossime agli 1,2 °C).

 

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Il dato più sorprendente emerso dai test clinici è la multiresistenza: il batterio si è dimostrato immune a circa dieci tipologie di antibiotici moderni, tra cui farmaci salvavita come la vancomicina e la clindamicina. Ma come può un organismo antico resistere a medicine create solo nel XX secolo?

La spiegazione risiede nella natura stessa degli antibiotici. Queste molecole non sono invenzioni umane, ma armi chimiche prodotte da funghi e batteri nel corso di milioni di anni per eliminare i concorrenti nel proprio habitat. Il resistoma ambientale, ovvero l’insieme dei geni di difesa, esisteva quindi molto prima dell’era industriale. L’uso moderno dei farmaci non ha creato la resistenza, ma ha solo accelerato la diffusione di meccanismi di difesa già presenti nel codice genetico dei microbi antichi.

Nonostante il pericolo che questi “batteri del passato” rappresentano, la ricerca evidenzia un potenziale positivo straordinario. Il ceppo SC65A.3 ha mostrato la capacità di inibire la crescita di pericolosi patogeni ospedalieri contemporanei, come lo Staphylococcus aureus e l’Escherichia coli.

Gli scienziati hanno individuato oltre 100 geni legati alla resistenza e 11 geni capaci di bloccare virus e funghi, inoltre sono stati trovati quasi 600 geni con funzioni ancora sconosciute, che potrebbero rappresentare la base per la creazione di antibiotici di nuova generazione.

La scoperta solleva però un allarme ambientale. Con il riscaldamento globale e il conseguente scioglimento dei ghiacciai e del permafrost, questi serbatoi di geni di resistenza potrebbero essere rilasciati nell’ambiente moderno. Se questi geni dovessero trasferirsi ai batteri che colpiscono l’uomo oggi, la lotta contro le infezioni diventerebbe drasticamente più complessa. Cristina Purcarea, coordinatrice della ricerca, invita alla cautela: sebbene questi microbi siano miniere d’oro per la biotecnologia, la loro manipolazione richiede protocolli di sicurezza rigidissimi per evitare diffusioni incontrollate.

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