L’inchiostro utilizzato per realizzare i tatuaggi non rimane confinato nella pelle, ma migra nel sistema linfatico provocando effetti sul sistema immunitario. È la scoperta di uno studio durato sette anni, condotto dall’Istituto di Ricerca in Biomedicina di Bellinzona, affiliato all’Università della Svizzera italiana, in collaborazione con centri di ricerca internazionali tra cui l’Università di Berna, l’Ospedale universitario di Regensburg e l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro.
La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences, ha monitorato il comportamento delle particelle di inchiostro nei modelli murini, rivelando una dinamica inaspettata: i pigmenti iniettati nel derma si spostano rapidamente nei linfonodi, le stazioni chiave del nostro sistema immunitario, dove possono rimanere intrappolati per mesi, causando infiammazione persistente e alterando le risposte immunitarie dell’organismo.
Quando ci si sottopone a un tatuaggio, l’inchiostro si deposita nel derma, lo strato di pelle sotto l’epidermide. Essendo particelle troppo grandi per essere eliminate dal corpo, esse restano nel derma, rendendo permanente il disegno. Tuttavia, una parte significativa dei pigmenti raggiunge i linfonodi vicini nel giro di pochi minuti, dove viene intercettata dai macrofagi, le cellule deputate a ripulire i tessuti da sostanze estranee.
Il problema è che i macrofagi non riescono a degradare le particelle di inchiostro. Questi pigmenti insolubili restano intrappolati, innescando un ciclo dannoso: le cellule spazzino cercano di inglobare le particelle ma muoiono nel tentativo, sostituite da nuove cellule che ripetono lo stesso processo inutile. Questo meccanismo genera prima un’infiammazione acuta iniziale di circa due giorni, seguita da un’infiammazione cronica che può durare anni.
I ricercatori hanno osservato chiari segni di infiammazione nei linfonodi anche mesi dopo la realizzazione del tatuaggio. Secondo Santiago F. González, direttore del Laboratorio dell’IRB a Bellinzona che ha guidato il gruppo di ricerca, questo processo cronico esaurisce e disturba il sistema immunitario, aumentando potenzialmente il rischio di infezioni e, in teoria, anche di tumori.
Per confermare l’indebolimento del sistema immunitario a seguito di un tatuaggio, gli scienziati hanno condotto un esperimento vaccinando i topi contro il Covid-19. Negli animali tatuati la produzione di anticorpi è risultata nettamente inferiore rispetto al gruppo di controllo non tatuato. Al contrario, la stessa infiammazione sembrerebbe potenziare le risposte al vaccino antinfluenzale, evidenziando effetti complessi e ancora da comprendere pienamente.
Il fenomeno di migrazione dei pigmenti è particolarmente marcato con gli inchiostri rossi e neri, meno con quelli verdi. Gli autori sottolineano che fino a oggi nessuno studio aveva indagato in modo così approfondito le conseguenze del tatuaggio sulla risposta immunitaria, nonostante le preoccupazioni per la sicurezza legate alla tossicità degli inchiostri.

Il professor Stefano Calvieri, dermatologo e professore emerito di dermatologia dell’Università La Sapienza di Roma, invita alla prudenza nell’interpretazione dei risultati: “Non possiamo dire oggi che i tatuaggi indeboliscano il sistema immunitario dell’uomo”, spiega l’esperto, precisando che “nei modelli sperimentali l’accumulo è evidente, ma non esistono ancora dati certi che traducano questo fenomeno in un danno clinico documentato nell’essere umano”.
Tuttavia, Calvieri evidenzia un aspetto spesso trascurato: il rischio maggiore potrebbe non essere legato al tatuarsi, ma alla rimozione del tatuaggio. La cancellazione con laser frantuma le particelle di inchiostro in micro-frammenti che entrano in circolo molto più facilmente. Durante la rimozione aumenta drasticamente la probabilità che i pigmenti raggiungano i linfonodi, con i macrofagi che devono gestire una quantità di materiale enormemente superiore rispetto a quella presente durante la realizzazione del tatuaggio.
Questo vale soprattutto per i tatuaggi multicolore: nero, rosso, blu richiedono laser diversi con lunghezze d’onda specifiche. Più colori significano più passaggi e maggiore frammentazione dei pigmenti. Sul piano clinico, i rischi certi e documentati restano quelli dermatologici: infezioni, reazioni allergiche, dermatiti da contatto, ipersensibilità ai metalli presenti in diversi pigmenti, difficoltà nel monitorare nei e lesioni pigmentate coperte dal tatuaggio.
Secondo Calvieri, le categorie che dovrebbero evitare il tatuaggio sono: chi è allergico ai metalli o presenta sensibilità chimiche importanti, chi ha una diatesi allergica come dermatiti atopiche o pelli iper-reattive, chi ha molti nei nella zona da tatuare perché il tatuaggio può rendere difficile la diagnosi precoce di un melanoma.
Lo studio solleva questioni importanti sulla composizione degli inchiostri: chi si fa tatuare ha il diritto e il dovere di farsi consegnare la composizione del pigmento utilizzato, sottolinea l’esperto. Più grande è il tatuaggio, maggiore è la quantità di inchiostro introdotta nel corpo e maggiore sarà la quantità di pigmenti mobilizzati nel caso di una futura rimozione.
Oggi si valuta che una persona su cinque nel mondo sia tatuata almeno una volta. Nonostante la diffusione di questa pratica, rimangono aperte molte domande sulle conseguenze che i pigmenti possono avere sul resto del corpo. Sarà necessario capire in che modo l’infiammazione cronica causata dall’inchiostro può influenzare altre patologie, come tumori o malattie autoimmuni, concludono i ricercatori.
La presenza di pigmenti nei linfonodi rappresenta un fenomeno già osservato in passato, documentato dal fatto che nel tempo i tatuaggi tendono a sbiadire. Quello che questo studio ha permesso di comprendere meglio è il comportamento dei macrofagi e la reazione infiammatoria scatenata dall’interazione con le particelle colorate, aprendo la strada a ulteriori ricerche sulla sicurezza di una pratica estetica sempre più diffusa.
Le certezze attuali, secondo gli esperti, sono tre: consultare dermatologi competenti prima di procedere, conoscere la composizione degli inchiostri utilizzati e ricordare che la fase più rischiosa non è l’applicazione ma la rimozione del tatuaggio con laser. Questo lavoro rappresenta lo studio più esteso realizzato fino a oggi sull’effetto dell’inchiostro per tatuaggi sulla risposta immunitaria e sottolinea la necessità di ulteriori ricerche per caratterizzare meglio i risultati e suggerire procedure più attente alla sicurezza.



