Nelle acque dolci del lago Ushiku, nella prefettura giapponese di Ibaraki, ricercatori dell’Università delle Scienze di Tokyo hanno individuato un microrganismo straordinario: l’Ushikuvirus, un virus gigante che potrebbe riscrivere ciò che sappiamo sull’origine delle cellule complesse.
I virus tradizionali sono minuscoli, misurano appena 20-100 nanometri. Quelli giganti, scoperti solo nel 2003, raggiungono invece i 200 nanometri e possiedono caratteristiche sorprendenti. L’Ushikuvirus in particolare ha un genoma composto da oltre 666.000 coppie di basi e ben 784 geni distinti, numeri impressionanti per un’entità che tecnicamente non è nemmeno considerata “viva”.
I virus infatti mancano di tutto ciò che definisce la vita: non respirano, non producono energia autonomamente, non hanno metabolismo. Sono essenzialmente pacchetti di materiale genetico (DNA o RNA) che si replicano solo infettando cellule altrui. Per questo i biologi li considerano qualcosa di profondamente diverso dagli organismi viventi veri e propri.
Eppure esiste una teoria affascinante, proposta più di vent’anni fa dal dottor Philip Bell e dal professor Masaharu Takemura (che ha guidato anche questa nuova ricerca): l’eucariogenesi virale. Secondo questa ipotesi, il nucleo delle nostre cellule – quella struttura fondamentale che contiene il DNA e che distingue organismi complessi come noi da batteri semplici – potrebbe essere nato proprio dall’infezione di un antico microrganismo unicellulare da parte di un virus gigante.

In sostanza, miliardi di anni fa un grande virus avrebbe infettato una cellula primitiva e, invece di distruggerla, si sarebbe integrato permanentemente al suo interno, diventando il nucleo. Questa fusione avrebbe dato origine alle cellule eucariotiche, i mattoni fondamentali di piante, animali, funghi e tutti gli organismi complessi.
Ciò che rende l’Ushikuvirus particolarmente interessante è il suo comportamento unico quando infetta le amebe vermamoeba. A differenza di virus giganti simili come Medusavirus e Clandestinovirus, che si replicano mantenendo intatto il nucleo delle cellule ospiti, l’Ushikuvirus adotta una strategia diversa: distrugge la membrana nucleare e crea una sorta di “fabbrica virale” nel citoplasma, facendo gonfiare l’intera cellula.
Al microscopio, il suo capside (l’involucro esterno) mostra strutture appuntite e fibrose mai osservate prima, mentre il suo ciclo di infezione risulta più lungo rispetto ad altri virus giganti della stessa famiglia.
Secondo il professor Takemura, studiare come l’Ushikuvirus interagisce con le cellule ospiti potrebbe fornire indizi cruciali su come si è evoluta la vita complessa. Se la teoria dell’eucariogenesi virale fosse corretta, comprendere questi meccanismi significherebbe illuminare uno dei capitoli più misteriosi della storia biologica del nostro pianeta.
Ma non è solo una questione teorica. I ricercatori ritengono che questa scoperta possa avere applicazioni pratiche nel combattere le encefaliti causate da amebe patogene, pericolose infiammazioni cerebrali.
La ricerca, pubblicata sul Journal of Virology, apre dunque nuove prospettive sia sulla comprensione dell’evoluzione degli organismi eucarioti sia sullo studio dei virus giganti, creature che continuano a sfidare i confini tra vivente e non vivente.



