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Home » Innovazione » Tecnologia » Con 3 minuti di video puoi parlare per sempre con chi non c’è più: cos’è la grief tech

Con 3 minuti di video puoi parlare per sempre con chi non c’è più: cos’è la grief tech

La grief tech usa l'IA per creare avatar dei defunti. Con app come 2Wai bastano 3 minuti di video per dialogare con chi non c'è più.
Tiziana MorgantiDi Tiziana Morganti19 Novembre 2025Aggiornato:19 Novembre 2025
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piccola lapide
piccola lapide (fonte: Unsplash)
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Il lutto, una delle esperienze più universali e radicali dell’essere umano, sta attraversando una trasformazione profonda sotto la spinta dell’intelligenza artificiale. Quello che un tempo rappresentava una cesura definitiva, infatti, sta diventando un territorio grigio, dove la tecnologia promette simulacri sempre più convincenti delle persone care scomparse. È il cuore della cosiddetta grief tech, un settore in crescita da anni che con gli ultimi sviluppi dell’intelligenza artificiale ha trovato la spinta di cui aveva bisogno, combinando tecnologie conversazionali e deep learning per simulare la presenza dei defunti.

Negli ultimi giorni ha fatto il suo ingresso prepotente in questo scenario l’app 2Wai, co-fondata dall’ex star Disney Calum Worthy, attore canadese 34enne. L’applicazione consente di trasformare appena tre minuti di filmato di una persona scomparsa in un avatar digitale con cui continuare a dialogare praticamente per sempre. Worthy ha spiegato sui suoi canali social che con 2Wai si permettono nuove esperienze autentiche, offrendo una connessione uno-a-uno simile a quella umana.

Il video promozionale della piattaforma ha rapidamente scatenato polemiche sui social network. Nelle immagini si vede una donna incinta che riceve consigli da un avatar della madre defunta, e successivamente suo figlio che nel corso degli anni interagisce con la stessa nonna digitale che non invecchia mai, parlando con lei attraverso videochiamate al telefono. Gli scenari evocati hanno immediatamente richiamato alla mente episodi della serie britannica Black Mirror, riportando al centro una domanda inquietante: quale potere assume la tecnologia quando entra nel regno del lutto? Fa più danni o porta più benefici?

microchip elettronici
microchip elettronici (fonte: Unsplash)

L’autentica novità di queste tecnologie, come evidenzia un recente approfondimento del New York Times Magazine, è che non si tratta più solo di conservare foto o messaggi vocali, ma di interagire attivamente con una versione artificiale della persona scomparsa. Queste repliche, dunque, non si limitano a ripetere frasi preimpostate. Piuttosto sono modelli generativi adattivi, capaci di dialogare con i vivi in tempo reale, rispondendo a domande, commentando ricordi e persino rielaborando insieme eventi passati.

La condizione per creare queste intelligenze postume è relativamente semplice: disporre di abbastanza dati sulla persona defunta di cui si voglia realizzare un avatar basato sull’intelligenza artificiale. Messaggi vocali, email, fotografie, video, post sui social network – tutto quello che lasciamo online rimane nelle profondità delle piattaforme e possono essere impiegati per costruire un modello linguistico e comportamentale che riproduca toni, abitudini verbali e modi di pensare di chi non c’è più.

Le forme che assumono queste simulazioni sono naturalmente molto diverse fra loro ma sempre più sofisticate. La start-up americana You, Only Virtual (YOV), ad esempio, offre ormai da tempo chatbot, forse meglio definirli griefbot, che replicano la voce e la personalità di una persona cara, accessibili tramite smartphone o auricolari.

Il progetto più avanzato, però, è forse Project December, una piattaforma sviluppata dal programmatore Jason Rohrer che aveva fatto discutere già nel 2021 per aver permesso a un uomo di parlare con un’intelligenza artificiale che simulava la sua fidanzata morta di cancro. Oggi, con l’evoluzione di modelli come GPT-4o, il livello di realismo è aumentato al punto che, come scrive il New York Times, la distinzione tra ciò che era reale e ciò che è generato diventa una questione di percezione, non di fatto.

Le tecnologie grief-based sono presentate da alcune aziende, spesso fuori da ogni fondata valutazione clinica, come strumenti terapeutici: aiuterebbero a chiudere il cerchio, a superare il trauma, a rielaborare il dolore attraverso una forma guidata di interazione finale. Che però, a ben vedere, non chiude proprio nulla.

Non tutti, però, sono d’accordo su questi presunti benefici. Nel suo editoriale sul New York Times, il giornalista Cody Delistraty ha notato che in certi contesti chatbot e avatar potrebbero rivelarsi strumenti utili per elaborare un lutto, soprattutto se considerati come spazi di riflessione simili a dei diari.

Ma in una cultura ossessionata dall’efficienza, che ci spinge a sorvolare sugli aspetti spiacevoli, dolorosi e disordinati della vita solo perché pensiamo di potercelo permettere, un uso sano di questi strumenti è possibile solo se accompagnato dalla piena consapevolezza che quei bot o ologrammi non sono reali. L’inquietante verosimiglianza di molti di questi avatar rende però tutto più complesso, e rischia di produrre non un aiuto nell’elaborazione del dolore, ma piuttosto uno strumento per evitarlo.

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