L’intelligenza artificiale ha cambiato radicalmente il modo in cui cerchiamo lavoro, ma ha anche creato un nuovo dilemma etico: dove finisce l’ottimizzazione del profilo e dove inizia la bugia? Una recente indagine di Kickresume svela come le diverse generazioni utilizzano l’AI per “aggiustare” la realtà nei propri curriculum vitae. Scrivere un curriculum oggi è diventato un gioco di equilibri tra le proprie esperienze reali e le capacità di scrittura dell’intelligenza artificiale. Se da un lato gli algoritmi aiutano a dare una forma professionale ai nostri successi, dall’altro sono diventati il complice ideale per chi decide di “abbellire” un po’ troppo la verità. Secondo i dati raccolti, quasi la metà dei candidati ammette di ritoccare leggermente i fatti, mentre una piccola ma significativa percentuale si spinge fino a inventare titoli di studio o date mai esistite.

Molti professionisti non considerano il suggerimento dell’AI come una vera menzogna, a patto che sia difendibile. In pratica, il 39% degli intervistati accetterebbe una “bugia innocente” suggerita dal software se pensasse di poterla giustificare durante un colloquio. In questo scenario, l’intelligenza artificiale non viene vista come uno strumento che falsa la realtà, ma come un creatore di alibi plausibili: se una frase sembra vera e può essere spiegata, allora per molti smette di essere percepita come scorretta.
Il comportamento cambia drasticamente in base all’età e all’esperienza accumulata:
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Gen Z (Nativi Digitali): sono i più propensi a forzare la mano. Entrando in un mercato del lavoro ferocemente competitivo, circa il 6% ammette di aver falsificato dati cruciali come titoli e date. Per molti giovani, gonfiare il proprio impatto lavorativo sembra quasi una strategia di sopravvivenza necessaria per emergere.
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Millennials: si muovono in una zona grigia. Sebbene la metà ammetta di perfezionare molto il testo, sono meno inclini a inventare dettagli dal nulla, limitandosi a usare l’AI per rendere più attraenti le competenze che già possiedono.
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Gen X: rappresentano il fronte dell’onestà. Forti di carriere già consolidate, sono i più diffidenti verso l’AI. La metà di loro dichiara di non aver mai distorto la verità, consapevoli che le bugie raramente reggono alla prova dei fatti durante le verifiche delle referenze.
Ma i responsabili delle assunzioni se ne accorgono? Gli esperti di risorse umane chiariscono che usare l’AI per migliorare la forma non è un problema, anzi può essere utile. Il rischio nasce quando il curriculum diventa una copia senz’anima: un documento interamente generato da un bot e non personalizzato è facilissimo da individuare. Il vero pericolo per il candidato non è tanto l’uso della tecnologia, quanto l’eccessivo affidamento ad essa, che finisce per cancellare l’autenticità del profilo.



