Nel cuore della Santa Sede sta avvenendo una trasformazione silenziosa ma profonda. Papa Leone XIV, figura carismatica e sorprendente, si è guadagnato un posto nella lista delle personalità più influenti nel settore dell’intelligenza artificiale stilata dalla rivista Time. Il Pontefice, che nel privato si diletta con sfide lessicali digitali come Wordle e studia lingue su Duolingo, non è affatto un tecnofobo. Al contrario, ha promosso l’adozione di un sistema IA all’avanguardia che permetterà ai fedeli di scansionare un codice QR nella Basilica di San Pietro per ottenere traduzioni simultanee delle funzioni in sessanta lingue diverse.
Nonostante questa apertura all’innovazione, il Papa ha recentemente tracciato una linea invalicabile durante un incontro con il clero romano. Il messaggio è stato perentorio: i sacerdoti devono astenersi dall’utilizzare software come ChatGPT per la stesura delle omelie. La motivazione non è un capriccio burocratico, ma una riflessione sulla natura umana e spirituale. Secondo Leone XIV, l’uso eccessivo di questi strumenti atrofizza le capacità cognitive e spirituali: il cervello, proprio come un muscolo, se non viene esercitato costantemente rischia di indebolirsi fino a morire.

La posizione del Vaticano si fonda su un concetto filosofico preciso, coniato dalla Pontificia Accademia per la Vita: la cosiddetta “algorethica”. Questo termine indica la necessità di inserire principi etici direttamente nel codice di programmazione dei nuovi software, anziché cercare di arginarne i danni a posteriori.
La distinzione vaticana è sottile ma logica: tradurre la messa per un fedele giapponese o swahili è un atto di inclusione benedetto. Delegare, invece, a un modello statistico la comunicazione della fede è considerato un rischio. Un algoritmo può produrre un testo grammaticalmente ineccepibile e stilisticamente fluido, ma rimarrà sempre un insieme di probabilità matematiche privo di quell’empatia necessaria per parlare a una comunità reale, fatta di gioie e lutti concreti.
Il dibattito si estende anche all’uso dei social media. Se da un lato figure come Don Cosimo Schena raggiungono mezzo milione di follower condividendo contenuti scritti di proprio pugno, dall’altro la Chiesa invita alla prudenza. Leone XIV ha messo in guardia i sacerdoti dal lasciarsi sedurre dalle metriche di engagement, dai “like” o dalla popolarità su TikTok, ribadendo che l’efficacia del messaggio cristiano non si misura con la portata degli algoritmi di amplificazione.
Un ulteriore timore riguarda i deepfake e l’influenza psicologica delle macchine. Il Vaticano, memore delle immagini virali create artificialmente in passato, teme che l’IA possa trasformarsi in un “architetto nascosto” delle emozioni umane, riducendo l’uomo in schiavitù o isolando i più giovani. In questo contesto, l’appello del Papa a scrivere i propri sermoni non è solo un esercizio di stile, ma un tentativo di preservare l’essenza stessa del dialogo umano, che nessuna macchina potrà mai replicare fedelmente.



