Ogni giorno milioni di pacchetti provenienti da piattaforme come Shein, Temu e Alibaba attraversano migliaia di chilometri per raggiungere le case degli europei. Ordinati con un clic e venduti a prezzi estremamente bassi, questi prodotti nascondono un costo ambientale e sociale che il sistema fiscale italiano aveva tentato di affrontare. Con scarso successo.
La legge di bilancio per il 2026 aveva introdotto un contributo amministrativo di 2 euro applicabile alle piccole spedizioni provenienti da Paesi extra-Unione europea con valore inferiore ai 150 euro. L’entrata in vigore era prevista per gennaio 2026, ma nella realtà non è mai avvenuta. Il provvedimento, pensato proprio per frenare il boom di acquisti sulla fast fashion low cost, è rimasto lettera morta fin dal primo giorno.
Il 12 marzo 2026 il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha ufficializzato con un comunicato stampa quello che molti si aspettavano: la norma viene rinviata. Un provvedimento legislativo di prossima emanazione interverrà sulla legge di bilancio per sospendere l’applicazione del contributo fino al 30 giugno 2026. La giustificazione ufficiale punta sui sistemi informativi delle dogane, che non sarebbero ancora pronti a gestire il nuovo regime.

Ma la motivazione tecnica racconta solo una parte della storia. Il nodo principale è molto più strutturale: la tassa valeva solo in Italia. Per le grandi piattaforme internazionali, aggirare un’imposta applicata da un solo Paese è semplice. Bastava indirizzare le spedizioni sugli hub logistici di Francia, Germania o Paesi Bassi per far sì che i pacchi entrassero in Italia con una provenienza europea, sfuggendo completamente al contributo.
La data del 30 giugno 2026 non è stata scelta a caso. Il giorno seguente, il 1° luglio 2026, entrerà in vigore la tassa europea di tre euro sulle stesse tipologie di spedizioni. Si tratta di una misura coordinata a livello comunitario, che per definizione non lascia margini di elusione tramite triangolazioni tra Paesi membri. A quel punto la norma italiana sarà aggiornata e allineata a quella dell’Unione, rendendo il sistema coerente e applicabile.
Il governo italiano sembra quindi aver scelto di non insistere su uno strumento inefficace da solo, aspettando di affiancarlo a una cornice normativa più solida. Una scelta pragmatica che però evidenzia i limiti delle iniziative nazionali isolate in un mercato globale e digitalizzato.
Nel breve periodo, per chi acquista abitualmente su Shein, Temu o piattaforme simili, non cambia nulla. I prezzi resteranno invariati almeno fino all’estate del 2026. Dal 1° luglio, invece, le aziende che spediscono in Europa potrebbero trasferire il costo del contributo europeo sui prezzi al dettaglio, e questo andrebbe a disincentivare una parte degli acquisti più impulsivi.
Sul piano ambientale, la riduzione del numero di spedizioni intercontinentali di singoli articoli di basso valore avrebbe un impatto concreto sulle emissioni del trasporto aereo e marittimo, oltre che sul volume di imballaggi prodotti e smaltiti. Non si tratta di una soluzione definitiva al problema della fast fashion online, ma di un primo segnale che questo modello di consumo ha un costo che prima o poi qualcuno deve sostenere.



