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Home » Lifestyle » Non è un infarto ma sembra: i 13 sintomi dell’attacco di panico che devi riconoscere

Non è un infarto ma sembra: i 13 sintomi dell’attacco di panico che devi riconoscere

Tachicardia, dolore al petto, difficoltà respiratorie. Come riconoscerli, distinguerli dall'infarto e curarli efficacemente.
Tiziana MorgantiDi Tiziana Morganti27 Novembre 2025
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Un attacco di panico
Un attacco di panico - Fonte: Pexels

Il cuore batte all’impazzata, il respiro si fa corto, il dolore al petto diventa insopportabile. La certezza è una sola: sto per morire. Eppure, dopo una ventina di minuti, tutto passa. Non era un infarto, non era un’emorragia cerebrale. Era un attacco di panico, un’esperienza terrificante che milioni di italiani conoscono bene e che anche personaggi pubblici come Belén Rodríguez hanno dichiarato di aver vissuto.

Il termine panico affonda le sue radici nella mitologia greca, derivando dal dio Pan, una divinità dall’aspetto di satiro che terrorizzava le ninfe durante il suo riposo pomeridiano con urla spaventose. Da questo mito nascono le espressioni terrore panico e andare in panico, che descrivono perfettamente quella sensazione di paura improvvisa e incontrollabile che caratterizza questi episodi.

Un attacco di panico è definito dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali come una comparsa improvvisa di paura o disagio intensi che raggiungono il picco in pochi minuti. Per comprendere cosa accade, si può pensare alle vertigini che si provano su un’attrazione del luna park o allo stordimento sperimentato da bambini facendo il girotondo. Queste sensazioni, quando compaiono fuori contesto, vengono interpretate dal cervello come il segno di un pericolo imminente per la propria vita.

Gli attacchi di panico sono episodi di breve durata durante i quali la persona è preda di un’ansia molto intensa e di una paura travolgente, senza che vi sia un apparente pericolo reale. Si tratta di un fenomeno con un inizio e una fine precisi, che tipicamente dura tra i 5 e i 20 minuti, anche se in casi eccezionali può protrarsi fino a un’ora. Questo tempo può sembrare molto più lungo a chi vive l’attacco in prima persona rispetto a chi lo osserva dall’esterno.

I sintomi che caratterizzano questa condizione coinvolgono sia la sfera fisica che quella psicologica. Secondo i criteri diagnostici, per identificare un attacco di panico devono essere presenti almeno 4 dei seguenti 13 sintomi: palpitazioni o tachicardia, sudorazione intensa, tremori, sensazione di fiato corto o difficoltà respiratorie, sensazione di soffocamento, dolore o fastidio al petto, nausea o dolori addominali, vertigini con sensazione di instabilità o di svenimento, brividi o vampate di calore, parestesie come formicolii o intorpidimento agli arti, derealizzazione con sensazioni di irrealtà o depersonalizzazione con la sensazione di essere separati da se stessi, paura di perdere il controllo o di impazzire, e infine la paura di morire.

Belen Rodriguez
Belen Rodriguez (fonte: YouTube)

Non è necessario che durante un attacco siano presenti tutti questi sintomi, infatti la manifestazione può differire notevolmente da persona a persona. Alcuni avvertono principalmente i sintomi cardiovascolari come tachicardia e dolore toracico, altri sono dominati dalla sensazione di soffocamento e dalla fame d’aria, altri ancora sperimentano soprattutto vertigini e sensazione di svenimento.

Uno dei sintomi più angoscianti è spesso la percezione della mancanza d’aria, che porta molte persone a respirare in modo ancora più profondo o veloce. Questo comportamento, paradossalmente, peggiora la situazione creando un’iperventilazione che, se prolungata, può causare ulteriori sintomi come maggiori vertigini, nausea, paralisi muscolari e un aumento dell’apprensione fino al terrore che qualcosa di catastrofico stia per accadere.

Le cause degli attacchi di panico possono essere molto diverse. In genere, il primo si verifica durante un periodo particolarmente stressante della vita. Lo stress può derivare da eventi acuti come lutti, malattie gravi, traumi, oppure dalla presenza di numerosi fattori concomitanti come cambiamenti importanti nella vita quali matrimonio, nuovi lavori o separazioni, periodi di iperlavoro o scarso riposo, situazioni relazionali conflittuali, cambiamenti di ruolo come il pensionamento, o problematiche finanziarie.

Dopo il primo attacco, l’individuo sviluppa tipicamente una forte preoccupazione e vive in uno stato di apprensione costante. Il pensiero ricorrente è che potrebbe ripresentarsi ancora senza alcun avvertimento. Questo pensiero porta a rimanere in uno stato di tensione permanente, in una sorta di ansia anticipatoria, di paura della paura, che aumenta i livelli di stress e favorisce paradossalmente futuri attacchi. Si instaura così un circolo vizioso dove è la paura di stare male che alimenta l’ansia, l’ansia diventa panico e si produce un nuovo attacco.

È importante, però, distinguere tra attacco d’ansia e attacco di panico. Il primo comporta sintomi fisici persistenti che crescono gradualmente di intensità e vengono attivati da specifici fattori scatenanti. Si manifestano fatica, problemi del sonno, battito cardiaco accelerato e tensione muscolare. L’attacco di panico, invece, irrompe senza preavviso e presenta sintomi fisici estremamente intrusivi come sudorazione abbondante, tremori marcati, difficoltà respiratorie acute e dolore al petto, tutti accompagnati da un’intensa paura di morire, impazzire o perdere il controllo.

Attraverso il processo di razionalizzazione, dopo i primi attacchi la persona può generalizzare l’esperienza ed evitare situazioni simili o potenzialmente ansiogene, percepite come scatenanti dell’attacco. Può manifestarsi, ad esempio, la paura della folla, soprattutto se i primi attacchi si sono verificati in luoghi affollati. Questi comportamenti di evitamento possono portare allo sviluppo di agorafobia o claustrofobia, compromettendo significativamente la qualità della vita.

Nonostante i sintomi del disturbo di panico possano essere travolgenti e spaventosi, un adeguato trattamento può aiutare a gestirli efficacemente. È fondamentale rivolgersi a un professionista esperto in questo tipo di problematica. Le terapie più efficaci includono la terapia cognitivo comportamentale, che aiuta a cambiare i propri pensieri e azioni per imparare tecniche efficaci di gestione del panico e delle emozioni che possono influenzarne la comparsa. La durata del percorso terapeutico, in base alla gravità, può variare dai quattro ai dodici mesi circa.

Esistono anche terapie farmacologiche che possono aiutare significativamente le persone con attacchi di panico. Gli ansiolitici vengono utilizzati come trattamento sintomatico, mentre gli antidepressivi serotoninergici rappresentano una terapia più strutturata, mantenuta generalmente per circa un anno prima della graduale sospensione. L’approccio combinato, che associa terapia farmacologica e psicoterapia cognitivo comportamentale, è quello che la letteratura scientifica suggerisce essere il più efficace, anche se rimane fondamentale effettuare un’accurata valutazione iniziale per decidere l’intervento più idoneo al singolo individuo.

Attraverso tecniche di controllo del respiro è possibile limitare la durata degli attacchi o impedirne l’insorgenza. L’ansia può essere molto subdola: più la si teme e ci si vuole liberare, più probabilmente si manifesterà. Imparare a conoscerla, non temerla e sapere come gestirla è fondamentale nel percorso di cura. L’attacco di panico va in remissione spontaneamente e i sintomi, dopo circa venti minuti, spariscono lasciando il soggetto in uno stato di allarme ma senza conseguenze fisiche permanenti.

Se è indiscussa l’efficacia dei trattamenti a breve e medio termine, è anche vero che alcuni pazienti tendono a recidivare, sia per fattori predisponenti genetici e caratteriali come un temperamento ansioso, sia come conseguenza di eventi stressanti e avversi come lutti. È pertanto fondamentale lavorare con il proprio terapeuta per prevenire, ove possibile, ricadute e recidive. Eventuali ricadute possono comunque essere più rapidamente identificate e precocemente trattate proprio in virtù del lavoro precedentemente svolto, rendendo il percorso di recupero più agevole.

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