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Home » Spettacolo » La censura vietò ‘Gesubambino’: così la canzone di Lucio Dalla diventò 4 marzo 1943 (e la amiamo sempre)

La censura vietò ‘Gesubambino’: così la canzone di Lucio Dalla diventò 4 marzo 1943 (e la amiamo sempre)

Paola Pallottino scrive per Dalla una canzone che rielabora l'assenza del padre del cantautore, scatenando polemiche per il suo testo.
RedazioneDi Redazione4 Marzo 2026Aggiornato:4 Marzo 2026
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Lucio Dalla
Lucio Dalla (fonte: Rolling Stone)

4 marzo 1943 è la data di nascita di Lucio Dalla ed è anche è il titolo di una delle sue canzoni più belle. Il brano, presentato al Festival di Sanremo del 1971, dove si classifica al terzo posto, ha una storia bella e controversa. Non si tratta di un pezzo autobiografico, quanto di una sorta di favola che, in qualche modo, rielabora il lutto di Dalla, rimasto orfano di padre all’età di sette anni, provando a risarcirlo. La canzone, scritta con Paola Pallottino, racconta quindi la storia di una ragazza che, rimasta incinta di un soldato alleato, cresce quel figlio con amore e con la leggerezza della sua giovane età. Così, forse per gioco, chiama il piccolo Gesù Bambino.

Sarebbe dovuto essere proprio quello il titolo, anzi Gesubambino tutto attaccato. Tuttavia, la censura, all’epoca molto severa, costrinse Dalla e Pallottino a cambiarlo, assieme a parte del testo. In origine, infatti, il testo recitava “E anche adesso che bestemmio e bevo vino, per ladri e puttane sono Gesù Bambino“, diventando poi “E ancora adesso che gioco a carte e bevo vino, per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino“. Gesubambino diventa quindi 4 marzo 1943 (4/3/1943).

4 marzo 1943, testo della canzone

Dice che era un bell’uomo
e veniva, veniva dal mare
parlava un’altra lingua però sapeva amare
e quel giorno lui prese mia madre sopra un bel prato
l’ora più dolce prima d’essere ammazzato
Così lei restò sola nella stanza,
la stanza sul porto
con l’unico vestito, ogni giorno più corto
e benché non sapesse il nome
e neppure il paese
m’aspettò come un dono d’amore
fino dal primo mese
Compiva sedici anni
quel giorno la mia mamma
le strofe di taverna
le cantò la ninna nanna
e stringendomi al petto che sapeva,
sapeva di mare, giocava a far la donna
con il bimbo da fasciare
E forse fu per gioco o forse per amore
che mi volle chiamare come Nostro Signore
della sua breve vita il ricordo,
il ricordo più grosso, è tutto in questo nome
che io mi porto addosso
E ancora adesso che gioco a carte
e bevo vino,
per la gente del porto
mi chiamo Gesù Bambino
E ancora adesso che gioco a carte
e bevo vino,
per la gente del porto
mi chiamo Gesù Bambino
E ancora adesso che gioco a carte
e bevo vino,
per la gente del porto
mi chiamo Gesù Bambino 

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