Quella che racconterò non sarà la semplice storia patinata di una cantante maledetta, semplicemente etichettata come appartenente al “club dei 27”. Amy Winehouse era molto di più. Un’anima pura e sensibile, esposta alle tragedie che la vita le ha riservato, incastonata in un corpo fragile, ma che ha saputo incredibilmente raccontarci attraverso la sua voce tutto il suo dolore con autenticità e vulnerabilità. Amy era la ragazza punk di Camden Town con l’eyeliner marcato e i tatuaggi old style, che graffiava le anime di chi la ascoltava con uno stile musicale sbarcato da un’altra epoca. Amy era questa e molto altro.
Nata a Londra il 14 settembre del 1983, Amy cresce in una famiglia ebrea della middle class londinese, circondata da dischi di musica jazz e soul. La passione per la musica le verrà trasmessa dal padre Mich che di professione faceva il tassista, ma coltivava la passione per il canto amatoriale. La collezione di dischi in casa Winehouse era ragguardevole, perfetta per educare la sua voce al soul: Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, Ray Charles, Frank Sinatra, Tony Bennett e tanti altri. Quella voce roca come dono di natura, impastata a fumo e malinconia, sembrava incarnare un’anima vissuta cento vite. Dopo qualche esperienza in piccole band nei locali londinesi, Amy si fa notare già col suo primo album Frank (2003) un vero manifesto di jazz moderno e R&B, con testi impregnati di solido e cinico significato.

Il vero salto di fama arriva con l’album Back To Black (2006), un disco che sembra uscito da un film anni ’60, suonando come un 45 giri graffiato e con i testi che sembrano strappati dalle pagine di un diario segreto e tormentato, sgrondante di amore tossico, dipendenze e autodistruzione. Il singolo di lancio Rehab è un manifesto iconico, amaro e acidamente cinico: “they tried to make me go to rehab, and I said no, no, no”. Un verso quasi profetico. Ogni canzone è uno squarcio al petto: “Love is a Losing Game”, “You Know I’m No Good”, “Tears Dry on Thei Own”. Amy non canta l’amore ideale, quello della favola del Mulino Bianco, ma l’amore che fa male. E lo fa senza filtri, esponendosi a pelle scoperta. L’album la porterà a trionfare nella cinquantesima edizione dei Grammy Awards, vincendo ben cinque premi, tra cui miglior album pop e migliore artista esordiente.
Molte delle sue canzoni ruotano attorno alla sua relazione più controversa, quella con Blake Fielder-Civil. I due si conoscono nel 2005 ed è amore a prima vista, ma presuppone anche la discesa verso gli inferi. Lui tormentato e dipendente da eroina e cocaina, la introduce in una dimensione da cui Amy non riuscirà purtroppo a staccarsi completamente. Blake e Amy si sposano nel 2007 e divorziano due anni dopo, tra rehab, arresti e ondate di drammi.
Blake è presente ovunque nei suoi testi, idealizzato e poi maledetto. Il successo mondiale di Back To Black, con ben 16 milioni di copie vendute, porta Amy in cima al mondo della musica ed inevitabilmente anche sotto i riflettori. Ogni crisi, ogni caduta, ogni eccesso di alcool fuori da un locale diventa gossip. I tabloid britannici la seguono come avvoltoi, i paparazzi la braccano e lei vede esporsi le sue ferite sempre di più.

Le dipendenze a questo punto si fanno più pesanti. Non solo droghe, ma anche alcool, autolesionismo, disturbi dell’alimentazione. Tentativi disperati di lenire un dolore antico e profondo che nemmeno la musica sapeva risanare. Anche i concerti diventano traballanti, alternando serate memorabili e disastrose. Ci sono stati tentativi di disintossicazione, ma la sfortuna di Amy è che nessuno del suo entourage sembra comprenderla nel profondo e proteggerla. La casa discografica, affamata di guadagno, pretendeva da lei delle massime performance, obblighi che imposero ad Amy in una pressione enorme che piano piano riuscì a schiacciarla. Lo stesso Tony Bennett dichiarò: “Amy era una jazzista nata, si sentiva in armonia a cantare in locali piccoli, non era fatta per gli stadi da 50.000 persone”.
Il 23 luglio 2011 giunge infine l’epilogo. Amy viene trovata morta nel suo appartamento a Camden Town, per avvelenamento da alcool. In una carriera durata meno di dieci anni, Amy ha rivoluzionato il pop britannico, riportando il soul nelle radio, aprendo la strada ad artiste come Adele e Florence Welch. Ma è il coraggio di vivere la propria vulnerabilità il grande insegnamento di questa gigantesca artista, che essere rotti può essere una forma potente di bellezza. La fragilità e la potenza, in una voce indimenticabile. E, a questo punto, è ora di mettersi le cuffie e premere il tasto play. Traccia uno, canta Amy!



