Come successo con Running up that hill di Kate Bush, filo conduttore per lungo tempo delle storie di Stranger things, anche l’epico finale della serie di Netflix ha la “sua” canzone ed è Purple Rain di Prince. Un brano di culto che accompagna una delle sequenze chiave dell’ultimo episodio (che ovviamente non vi riveliamo). In qualche modo, però, le parole di Prince si sposano alla perfezione con il senso dello show. Di cosa parla Purple Rain?
Purple Rain racconta la fine di un mondo. Quando Prince pubblicò questo brano il 26 settembre 1984 come singolo estratto dall’album omonimo realizzato con i Revolution, nascose nel testo un significato profondo che molti fan hanno scoperto solo anni dopo. L’artista lo spiegò chiaramente: quando il cielo si tinge di sangue, il rosso mescolato al blu crea il viola, e quella pioggia colorata rappresenta l’apocalisse. Un momento in cui puoi solo stare accanto alla persona che ami e affidarti alla fede mentre il mondo crolla.
Questo tema della fine dei tempi Prince lo aveva già esplorato nel suo precedente disco del 1982, intitolato proprio 1999, dove cantava di cieli completamente violacei e persone che correvano disperate nel giorno del giudizio universale.
La storia della creazione di Purple Rain ha del miracoloso. All’inizio era una ballad country che Prince voleva regalare a Stevie Nicks dei Fleetwood Mac, chiedendole di scriverci sopra il testo. La cantante però si sentì sopraffatta da quella traccia di dieci minuti e rifiutò, terrorizzata dalla sua potenza emotiva. Anni dopo avrebbe ammesso di essere felice di quel rifiuto, perché permise a Prince di scriverla da solo e trasformarla in quello che oggi conosciamo.
La svolta arrivò durante le prove con la sua band, i Revolution. Mentre i musicisti suonavano insieme, Wendy Melvoin, una chitarrista diciannovenne appena entrata nel gruppo, aggiunse quell’arpeggio magico che apre la canzone. La band continuò a lavorarci per sei ore di fila, stravolgendo completamente l’arrangiamento originale: non era più country, era diventata un ibrido unico di rock, pop, gospel e musica orchestrale.
Il 3 agosto 1983, durante un concerto di beneficenza per il Minnesota Dance Theatre al nightclub First Avenue di Minneapolis, Purple Rain venne eseguita dal vivo per la prima volta davanti a un pubblico. Era la prima esibizione di Wendy con la band. Il concerto fu registrato usando un’unità mobile fatta arrivare appositamente da New York, e le persone presenti rimasero in silenzio per oltre dieci minuti, percependo istintivamente di assistere a qualcosa di storico.
Quelle registrazioni furono poi rifinite ai Sunset Sound Recorders di Los Angeles, dove vennero aggiunti gli archi e la durata fu ridotta da 13 minuti a 8 minuti e 41 secondi. Prima di pubblicarla, Prince chiamò addirittura Jonathan Cain dei Journey perché temeva che il brano assomigliasse troppo alla loro Faithfully. Il tastierista lo tranquillizzò: avevano solo quattro accordi in comune.
Purple Rain non fu solo una canzone, ma un progetto multimediale completo. Nel febbraio 1984, vedendo Michael Jackson trionfare ai Grammy con otto premi per Thriller, Prince capì che un grande album non bastava più. Serviva l’immagine, serviva il cinema. Si ispirò proprio al videoclip di Thriller diretto da John Landis e al film Quadrophenia degli Who per creare un lungometraggio fortemente autobiografico.
Il film Purple Rain, diretto dall’esordiente Albert Magnoli, uscì nel giugno 1984 con un budget minuscolo di 7 milioni di dollari. Scalzò Ghostbusters dal primo posto al botteghino e decuplicò l’investimento iniziale, vincendo anche un Oscar. Nel 2019 la Library of Congress lo ha inserito nel National Film Registry per la sua importanza culturale, storica ed estetica.
Il singolo raggiunse il secondo posto nella classifica Billboard americana e fu certificato disco d’oro, poi platino in Italia, doppio platino nel Regno Unito e platino in Danimarca. L’album conteneva altri brani iconici registrati quella stessa sera del 3 agosto 1983: Let’s Go Crazy, Computer Blue, I Would Die 4 U e Baby I’m a Star.
Il disco rappresentava la quintessenza del Minneapolis sound: chitarre rock, funk e percussioni secche. Prince aveva scelto Wendy Melvoin proprio per creare un gruppo che fosse un ponte tra i Fleetwood Mac e Sly and the Family Stone, capace di abbattere le barriere tra rock bianco e soul nero. L’ispirazione per scrivere una ballad rock così potente gli era arrivata vedendo dal vivo Bob Seger durante il tour di 1999.
Per il finale di Stranger Things 5, i fratelli Duffer hanno discusso per mesi sulla scelta musicale perfetta. Ross Duffer ha spiegato a Netflix che cercavano un album che iniziasse con un brano celebrativo e finisse con qualcosa di peso emotivo. Purple Rain si è rivelato perfetto: l’album si apre con When Doves Cry e si chiude con la title track.
Matt Duffer ha rivelato che ottenere i diritti è stato possibile solo grazie a Kate Bush. Quando nella quarta stagione Running Up That Hill della cantante inglese ha scalato le classifiche mondiali raggiungendo il terzo posto su Billboard (dopo 37 anni dalla sua uscita), ha dimostrato che Stranger Things può far rivivere le canzoni classiche in modo straordinario. Questo ha convinto l’eredità di Prince, notoriamente inflessibile sulle licenze, a concedere per la prima volta l’uso di Purple Rain fuori dal film originale.
Un dettaglio toccante chiude il cerchio: Purple Rain fu l’ultima canzone che Prince suonò dal vivo, al Fox Theatre di Atlanta, una settimana prima della sua morte nel 2016. Per Lisa Coleman dei Revolution, quella pioggia viola rappresentava un nuovo inizio, un fattore purificante collegato al rinnovamento artistico di Prince, che aveva finalmente accettato di lavorare con altri musicisti invece di fare tutto da solo.
Oggi, quarant’anni dopo la sua uscita, Purple Rain torna a raccontare una storia a cui il pubblico sarà legato per sempre. E il suo significato originale non è mai stato così perfetto.
