La scomparsa di Franco Baresi segna la fine di un’epoca del calcio italiano. Per milioni di tifosi il suo nome coincide con quello del Milan, squadra alla quale è rimasto legato per tutta la carriera e anche negli anni successivi al ritiro.
La notizia arriva a pochi giorni dalla falsa voce sulla sua morte, smentita con fermezza dal club rossonero, e ha suscitato un’ondata di cordoglio in Italia e all’estero.
Nato a Travagliato, in provincia di Brescia, l’8 maggio 1960, Baresi iniziò a rincorrere il pallone insieme ai fratelli. Il destino, però, sembrò inizialmente voltargli le spalle: da adolescente sostenne un provino con l’Inter, che lo giudicò troppo esile per il calcio professionistico. Fu il Milan a credere nel suo talento, inserendolo nel settore giovanile e dando così il via a una delle storie d’amore più longeve mai viste nel calcio. Il fratello maggiore Giuseppe, invece, avrebbe costruito la propria carriera proprio con la maglia nerazzurra.
L’esordio in Serie A arrivò nel 1978, quando aveva appena diciassette anni. Nel giro di poco tempo divenne un punto fermo della difesa e, successivamente, il capitano della squadra. La fascia lo accompagnò per quindici stagioni, trasformandolo nel simbolo di un Milan che attraversò momenti difficili prima di tornare ai vertici del calcio mondiale.
La fedeltà ai colori rossoneri è uno degli aspetti che più hanno contribuito a costruirne il mito. Baresi rimase infatti al Milan anche durante gli anni più complicati, segnati dalle retrocessioni in Serie B e da una malattia del sangue che lo costrinse a fermarsi per alcuni mesi. Nonostante le offerte ricevute, non prese mai in considerazione l’idea di lasciare il club.
Con l’arrivo di Arrigo Sacchi e, successivamente, di Fabio Capello, il Milan inaugurò uno dei cicli più vincenti della storia del calcio europeo. Al centro di quella squadra c’era proprio Baresi, guida di una linea difensiva completata da Mauro Tassotti, Paolo Maldini e Alessandro Costacurta, ancora oggi ricordata come una delle migliori di sempre. In rossonero conquistò sei Scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, due Supercoppe UEFA e quattro Supercoppe italiane, partecipando anche allo storico primato di 58 partite consecutive senza sconfitte in campionato.
Ciò che lo rese speciale, però, andava oltre il palmarès. Baresi cambiò il modo di interpretare il ruolo del difensore: non era soltanto un marcatore impeccabile, ma un giocatore capace di impostare l’azione, leggere in anticipo le mosse degli avversari e dirigere la squadra come un regista arretrato. Per queste qualità venne spesso accostato a Franz Beckenbauer, tanto da essere soprannominato “Kaiser Franz”, mentre numerosi osservatori hanno sempre sostenuto che avrebbe meritato anche il Pallone d’Oro, sfiorato nel 1989 con il secondo posto dietro al compagno Marco van Basten.
Importante anche il suo contributo con la Nazionale italiana. Fece parte della spedizione che vinse il Mondiale del 1982 e, negli anni successivi, diventò il leader dell’Italia guidata prima da Azeglio Vicini e poi da Arrigo Sacchi. L’immagine rimasta nella memoria collettiva è quella della finale dei Mondiali del 1994 negli Stati Uniti: reduce da un grave infortunio al menisco, riuscì a recuperare in tempi record e disputò una partita di altissimo livello contro il Brasile, chiudendo la propria avventura in azzurro con 81 presenze.
Quando decise di ritirarsi nel 1997, il Milan prese una decisione destinata a entrare nella storia del calcio italiano: ritirare la maglia numero 6, un omaggio riservato a pochissimi campioni e simbolo dell’impronta indelebile lasciata dal difensore bresciano. Negli anni successivi continuò a rappresentare il club anche fuori dal campo, fino a diventarne vicepresidente onorario.
