Ricardo Zamora Martínez è stato molto più di un semplice portiere. Nato a Barcellona il 21 gennaio 1901 e scomparso nella stessa città l’8 settembre 1978, questo campione spagnolo ha attraversato la storia del calcio del Novecento lasciando un’eredità che va ben oltre le parate. Considerato uno dei più grandi portieri di sempre e il migliore degli anni Trenta, Zamora ha detenuto il primato di presenze con la nazionale spagnola per ben 38 anni, prima di essere superato da José Ángel Iribar. La rivista World Soccer lo ha inserito al 79º posto nell’elenco dei migliori calciatori del XX secolo.
Al termine di ogni campionato spagnolo di massima divisione, il portiere meno battuto viene premiato con il Trofeo Zamora, istituito proprio in suo onore. Un riconoscimento che testimonia quanto profondo sia stato il segno lasciato da questo atleta straordinario nel mondo del calcio.
Alto 194 centimetri per 87 chilogrammi, Zamora non era solo imponente fisicamente. La sua presenza in campo trasudava eleganza e carisma. Si distingueva dagli altri giocatori per la ricercatezza delle sue divise: basco per non scompigliare i capelli, maglioncino in lana a collo alto o con ampio scollo a V, parastinchi e guanti.
Le sue qualità tecniche erano altrettanto leggendarie. Portiere sicuro dei propri mezzi, elegante e spettacolare negli interventi, Zamora aveva grandi riflessi e notevole temperamento. Queste caratteristiche gli valsero il soprannome “El Divino“. Innovativo rispetto ai canoni della sua epoca, inventò una parata piuttosto insolita detta appunto “La Zamorana”, eseguita avvalendosi dei gomiti o degli avambracci. Spericolato nelle uscite, possedeva un rinvio con i piedi in grado di spaccare i palloni dell’epoca.
Ma c’era qualcosa di ancora più straordinario nelle sue prestazioni. Alcuni suoi attaccanti avversari hanno raccontato, di essere stati ipnotizzati dai suoi occhi, arrivando ad autoconvincersi di dovergli consegnare docilmente il pallone. Leggenda o realtà, questa capacità di intimidazione psicologica contribuì ad ammantare di mito la sua intera carriera.
Una carriera che attraversò i club più importanti della Spagna: dopo gli esordi con l’Español tra il 1916 e il 1919, vestì la maglia del Barcellona dal 1919 al 1922, collezionando 111 presenze. Tornò all’Español fino al 1930, prima del grande salto, l’approdo al Real Madrid. Fu il primo grande acquisto dei Blancos quando i Galacticos cominciavano a prendere forma. Con il Real, dal 1930 al 1936, contribuì a riempire una bacheca ancora vuota: due campionati nazionali nelle stagioni 1931-32 e 1932-33, e altrettante Coppe di Spagna nel 1934 e 1936.
Ma la vita di Zamora non fu solo sport. Campione, artista, figura politica enigmatica, sex symbol, poderoso bevitore di cognac e fumatore compulsivo, la sua esistenza sembra uscita da una sceneggiatura cinematografica. Non a caso, si rivelò anche un attore acuto quando fu chiamato a recitare in Por fin se casa Zamora (Zamora finalmente si sposa), una commedia del cinema muto in cui lo zio di Zamora lo costringeva a sposare una brutta cugina in cambio della sua fortuna.
Per inquadrare il personaggio, basta riferire che a causa di uno dei suoi “innocenti” vizi una volta fu arrestato: aveva contrabbandato dalla Francia sigari Avana. La sua vita fu costellata di contraddizioni: da buon catalano, era contrario alle politiche dei reali di Spagna prima e di Franco poi, anche se questo non gli impedì di giocare per l’amato Real del dittatore. Partecipava contemporaneamente con la maglia gialloblu nella rappresentativa della Catalogna, manifestando apertamente le sue simpatie indipendentiste.
Le tensioni politiche raggiunsero l’apice verso la fine del 1936, quando i giornali spagnoli riportarono che Zamora era stato trovato morto a Madrid, forse per mano dei repubblicani. La notizia si rivelò falsa, ma quando il giocatore fu trovato vivo e vegeto venne comunque catturato dalle milizie repubblicane, accusato di dissidenza dal regime, e poi detenuto nella prigione di Modelo, a Barcellona.

Rischiava l’esecuzione, ma a salvarlo fu la sua disponibilità a giocare a calcio con le guardie carcerarie, che lo ringraziarono agevolandone la fuga. Il fuoriclasse riuscì in seguito a fuggire in Francia: chiuse la carriera da calciatore proprio nel Nizza nel 1938, dopo due anni in cui aveva difeso la porta del club francese.
Ma è ai Mondiali italiani del 1934 a Roma che si consuma uno degli episodi più controversi della sua carriera, proprio contro la nazionale italiana. La partita, disputata allo stadio Giovanni Berta di Firenze, vide i ventidue in campo picchiarsi senza risparmio alcuno. Dopo una serie di episodi rocamboleschi in campo, con un arbitraggio nettamente a favore dei padroni di casa, fu deciso di ripetere il match.
Per questa occasione i Rossi si presentarono in campo senza quattro titolari, tra cui anche il loro miglior giocatore, ossia proprio Zamora. Sono in molti a credere che l’atleta abbia ceduto a certe offerte degli emissari del Duce, accusando un finto infortunio e ritirandosi dalla partita. In ogni caso, l’Italia la vinse e finì con l’aggiudicarsi il mondiale pochi giorni dopo.
Dopo la carriera da giocatore, Zamora intraprese quella da allenatore con risultati notevoli. Vinse due campionati nazionali con l’Atletico Madrid nelle stagioni 1939-40 e 1940-41. Allenò successivamente Celta Vigo, Malaga, e nel 1952 fu anche commissario tecnico della nazionale spagnola, seppur solo per due partite amichevoli contro l’Irlanda e la Turchia. Tornò ancora al Celta Vigo tra il 1954 e il 1955, chiudendo la carriera di allenatore con l’RCD Español tra il 1960 e il 1961.
Con la nazionale spagnola, Zamora collezionò 46 presenze tra il 1920 e il 1936, subendo 41 gol. Il momento più alto fu la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Anversa 1920. Suo padre, un medico di Cadice, avrebbe voluto che il giovane Ricardo intraprendesse la stessa carriera. Il destino decise diversamente, regalando al calcio uno dei suoi più grandi interpreti. Anche il figlio, Ricardo Zamora de Grassa, seguì le orme paterne diventando portiere e vincendo una Coppa delle Fiere con il Valencia.
La storia di Zamora ha ispirato anche il cinema contemporaneo. Nel 2023, Neri Marcorè ha firmato il suo esordio alla regia con il film Zamora, tratto dal romanzo omonimo di Roberto Perrone, che andrà in onda stasera alle 21:30 su Rai 1 e in streaming su RaiPlay. La pellicola, ambientata nell’Italia degli anni Sessanta durante il miracolo economico, racconta la storia di Walter Vismara, un timido contabile che per salvare il posto di lavoro si spaccia per portiere assumendo il soprannome Zamora. Una commedia umana e sociale che usa il nome del leggendario portiere spagnolo come simbolo di eccellenza irraggiungibile.
Ricardo Zamora rimane una figura leggendaria del calcio mondiale, un uomo che ha saputo incarnare il talento assoluto, la contraddizione politica, il coraggio personale e il fascino di un’epoca irripetibile. El Divino non è stato solo un portiere: è stato un simbolo.



