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Home » Sport » Cos’è Whoop, il braccialetto che spopola tra i tennisti ma che agli Australian Open è vietato (chiedere a Sinner e Alcaraz)

Cos’è Whoop, il braccialetto che spopola tra i tennisti ma che agli Australian Open è vietato (chiedere a Sinner e Alcaraz)

Sinner e Alcaraz costretti a togliersi il braccialetto tecnologico: scopri cos'è Whoop e perché i grandi tornei del tennis gli hanno dichiarato guerra.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino29 Gennaio 2026
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Carlos Alcaraz e Jannik Sinner
Carlos Alcaraz e Jannik Sinner

A Melbourne, durante gli Australian Open 2026, non sono stati solo i colpi a effetto a far discutere, ma un piccolo oggetto nascosto sotto i polsini dei campioni. Prima dei loro match, stelle del calibro di Jannik Sinner, Carlos Alcaraz e Aryna Sabalenka sono state fermate dagli arbitri di sedia con una richiesta insolita: togliersi immediatamente il braccialetto elettronico. Nonostante l’approvazione ricevuta da quasi tutti gli altri circuiti mondiali, nei tornei del Grande Slam questo dispositivo è diventato un “fuorilegge”.

Il protagonista del caso è Whoop, un tracker di ultima generazione che si distingue nettamente dai classici smartwatch. La sua particolarità? Non ha uno schermo, non riceve messaggi e non ti dice nemmeno l’ora. Il suo unico scopo è “ascoltare” il corpo: monitora 24 ore su 24 il battito cardiaco, i livelli di ossigeno nel sangue, la qualità del sonno e, soprattutto, lo sforzo fisico accumulato.

 

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Nato dall’intuizione di Will Ahmed ai tempi dell’università di Harvard, questo strumento serve a calcolare quanto un atleta sia effettivamente pronto a sostenere uno sforzo intenso. Grazie a un algoritmo, assegna un punteggio di “Recupero”: se sei in zona verde puoi spingere al massimo, se sei in rosso il rischio di infortuni è altissimo. Per tennisti che giocano match estenuanti sotto il sole cocente, avere questi dati è come avere un cruscotto della propria salute.

Se nel resto dell’anno l’ATP (uomini) e la WTA (donne) permettono l’uso di Whoop, gli Australian Open hanno alzato un muro. Il motivo ufficiale risiede nella paura del coaching tecnologico. Gli organizzatori temono che i dati biometrici trasmessi in tempo reale possano essere intercettati dai coach per dare suggerimenti tattici durante la partita. Ad esempio, se un allenatore vede che il cuore del suo giocatore non scende sotto una certa soglia, potrebbe suggerirgli di rallentare i ritmi o cambiare strategia.

La replica dei campioni non si è fatta attendere. Jannik Sinner ha spiegato con la sua consueta calma che quei dati non servono a vincere il punto in corso, ma a studiare il lavoro svolto a fine giornata: “Le regole si rispettano, ma per noi è solo uno strumento per capire come recuperare meglio tra un allenamento e l’altro”. Anche la numero uno Sabalenka è apparsa perplessa, sottolineando come la tecnologia serva solo a proteggere la salute dell’atleta in condizioni di caldo estremo.

Mentre il CEO di Whoop definisce il divieto “ridicolo”, sostenendo che “i dati non sono steroidi”, il mondo del tennis resta diviso. Da un lato c’è chi vuole preservare la purezza della sfida psicologica in campo, dall’altro chi vede nella tecnologia un alleato fondamentale per evitare infortuni. Per ora, a Melbourne, vince la tradizione: Sinner e soci hanno dovuto riporre i loro sensori nel borsone, lasciando che sia solo il loro istinto, e non un algoritmo, a guidarli verso la vittoria.

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