C’è una ragazza di diciotto anni che ieri è scesa sul ghiaccio di Milano Cortina con il pettorale numero 2, tra i primissimi, il posto meno ambito per una campionessa. Il suo nome è Adeliia Petrosian, è russa, eppure è qui. E spiegare il perché richiede un piccolo viaggio dentro le contraddizioni dello sport internazionale.
Dal febbraio 2022, in seguito all’invasione russa dell’Ucraina, l’ISU, la federazione internazionale di pattinaggio, ha escluso gli atleti russi da tutte le competizioni internazionali. Una scelta netta, che ha tagliato fuori un’intera generazione di campioni. Ma per Milano Cortina 2026 il Comitato Olimpico Internazionale ha aperto uno spiraglio: un piccolo numero di atleti russi è stato ammesso come Individuale Neutrale, senza bandiera, senza inno, senza rappresentare alcuna nazione.
Non tutti, però. Le coppie di pattinatori, tra cui Mishina e Galliamov, Boikova e Kozlovskij, e i danzatori Stepanova e Bukin, sono rimaste escluse senza una spiegazione ufficiale. Questi ultimi hanno persino scritto una lettera alla presidente del CIO, Kristy Coventry, chiedendo il motivo. La risposta è arrivata secca: “Nessuna possibilità. Nessuna eccezione. Nessun ricorso”.
Petrosian, invece, ce l’ha fatta. Nel maggio 2025 l’ISU ha accettato la sua candidatura come atleta neutrale. A settembre, a Skate to Milan, la competizione che assegnava gli ultimi pass olimpici, si è presentata da sola, senza allenatore al bordo pista, perché l’ISU aveva rifiutato l’accredito al coreografo del suo team, Daniil Glejchengauz. Ha vinto lo stesso.
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Per capire chi sia davvero Adeliia Petrosian bisogna fermarsi un momento sulla circonvallazione di Mosca, davanti al Sambo-70, l’accademia dove allena Eteri Tutberidze. Definirla semplicemente “allenatrice” sarebbe riduttivo: Tutberidze è la donna che ha ridisegnato i confini fisici del pattinaggio femminile mondiale, sfornando, una dopo l’altra, le più grandi pattinatrici degli ultimi quindici anni, da Yulia Lipnitskaya ad Alina Zagitova, da Anna Shcherbakova alla controversa Kamila Valieva, coinvolta nel caso doping di Pechino 2022.
Adeliia Tigranovna Petrosian è nata a Mosca il 5 giugno 2007, da famiglia di origini armene. Alta 152 centimetri, ha iniziato a pattinare a quattro anni e nel 2019, a undici, è entrata alla Sambo-70. Ricorda di aver guardato Tutberidze con timore reverenziale, come una figura inavvicinabile. Oggi è guidata dal triumvirato della scuola: Eteri per la strategia globale, Sergej Dudakov per la perfezione tecnica su ogni singolo appoggio, Glejchengauz per la narrazione coreografica.
Il suo palmarès nel circuito russo è già notevole: tre titoli nazionali e tre finali di Coppa di Russia vinte. Ma i numeri tecnici sono quelli che fanno alzare un sopracciglio anche agli esperti: è stata la prima donna al mondo ad atterrare due quadrupli Rittberger nello stesso programma, oltre a padroneggiare il quadruplo flip e il triplo Axel, gli elementi cosiddetti Ultra-C, quelli che Tutberidze considera il minimo sindacale per salire su un podio olimpico.
Per lo short program del 17 febbraio, Petrosian ha scelto un medley costruito su tre brani di Michael Jackson, Earth Song, Billie Jean e They Don’t Care About Us, interpretato con giacca rossa a paillettes, pantaloni neri, guanto bianco e rossetto scarlatto.
Il programma libero, in programma il 19 febbraio, è costruito su Yo Soy María, dall’opera-tango di Astor Piazzolla María de Buenos Aires, nella celebre interpretazione di Milva. Una scelta coraggiosa, che porta sul ghiaccio tutto il peso notturno di Buenos Aires, e che Petrosian interpreta con una maturità espressiva sorprendente per i suoi diciotto anni.
