In una lunga intervista a La Gazzetta dello Sport, Federico Marchetti rompe il silenzio e racconta i momenti più difficili della sua carriera e solleva accuse pesanti e svela retroscena inediti. L’ex portiere della Nazionale, che ha vestito le maglie di Lazio, Cagliari e Genoa, punta il dito contro Alexander Blessin, attuale tecnico del St.Pauli, definendolo senza mezzi termini il peggior allenatore mai incontrato.
Le dichiarazioni più dure riguardano proprio l’esperienza al Genoa nella stagione 2022/23. Marchetti non usa giri di parole: “È il peggior allenatore mai visto. Ci trattava di me**a e ci umiliava in continuazione, anche singolarmente”.
Blessin avrebbe manifestato un atteggiamento discriminatorio verso i giocatori italiani. “Prendeva i giocatori e li insultava. Odiava gli italiani. Calafiori lo massacrava, gli diceva che era un italian bast**d. Soffriva me, Criscito e Behrami”, rivela Marchetti, aggiungendo un dettaglio significativo: “Infatti, non è un caso che Pandev scelse di accettare il Parma in Serie B pur di scappare”.
Il trattamento riservato al veterano macedone Goran Pandev, campione d’Europa con l’Inter e protagonista di una carriera stellare, sarebbe stato particolarmente umiliante. “Le sembra normale che un ragazzo che ha vinto tutto in Italia e in Europa finisca a fare i tiri con i ragazzini a fine allenamento? Blessin lo umiliava in continuazione. Lui è andato via prima di mettergli le mani addosso”.
Ma è quando parla di depressione che le parole di Marchetti si fanno più dolorose. All’epoca militava al Cagliari e aveva appena partecipato al Mondiale 2010 in Sudafrica con due presenze.
“Ero depresso, non ho vergogna nel dirlo. Avevo smarrito me stesso, non riuscivo nemmeno più a tuffarmi tra i pali. Stavo male, non ero nello stato mentale adatto per scendere in campo. Lo dissi al preparatore dei portieri. Non me la sento”.
La risposta del club sardo, secondo il suo racconto, fu però inadeguata. “Non fu capito. Giocavo a Cagliari e la società insabbiò tutto: venne solamente comunicato che ero infortunato. In realtà avrei avuto bisogno di sostegno, non di essere lasciato solo. La depressione è una malattia, va trattata con serietà“.
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Invece, la situazione degenerò. “Ho subito un mobbing camuffato. Mi allenavo con la prima squadra, ma non venivo mai convocato. Da lì è iniziata una guerra senza fine. Pensi che in tribunale mi presentai con un vestito viola per far innervosire Cellino: aveva gli occhi sbarrati”, ricorda con una punta di ironia riferendosi al presidente del Cagliari.
Quella situazione gli precluse anche opportunità importanti. Poi, il passaggio alla Lazio che gli regalò momenti indimenticabili come la vittoria nel derby in finale di Coppa Italia 2013. “Ancora oggi capita per strada di incontrare chi mi ferma e racconta ai figli: Lui era il portiere della finale del 2013. Siamo diventati immortali con quella vittoria”. Il legame con i tifosi biancocelesti rimane profondo, testimoniato dalle lacrime sotto la Curva Nord quando tornò all’Olimpico con un’altra maglia.
L’esperienza al Genoa nel 2018 si sarebbe dovuta concretizzare diversamente. “Dovevo andare a Napoli al posto di Meret. Invece vado al Genoa e non gioco mai. Una gestione ridicola da parte di personaggi rivedibili”, commenta riferendosi al periodo prima dell’arrivo di Blessin.
