Vincere una medaglia d’oro alle Olimpiadi dovrebbe essere il momento più bello nella vita di un atleta. Per Imane Khelif, pugile algerina di 26 anni che ha trionfato nella categoria -66 kg a Parigi 2024, quella vittoria si è trasformata in un’esperienza traumatica. A distanza di oltre un anno, la campionessa ha deciso di rompere il silenzio con una lunga intervista al quotidiano francese L’Équipe, rivelando per la prima volta dettagli fondamentali sulla controversia che l’ha travolta.
Durante i Giochi di Parigi, Khelif è finita al centro di una tempesta mediatica senza precedenti. Personalità come Donald Trump ed Elon Musk l’hanno accusata pubblicamente di essere un uomo o un’atleta transgender, scatenando un’ondata d’odio sui social media. “Era troppo grande per me”, ha confessato la campionessa. “Ero solo una semplice ragazza di 25 anni che non conosceva nulla delle grandi cose della vita. Facevo boxe, uno sport che amo. Quello che mi è capitato era troppo grande per me.”
Il peso più difficile da sopportare non è stato quello delle accuse pubbliche, ma vedere soffrire le persone care. Khelif ha rivelato che sua madre, sua sorella minore e lei stessa hanno dovuto seguire consultazioni psicologiche per oltre un anno dopo i Giochi. “Ciò che mi ha ferito di più è che ho una famiglia: mia madre, mio padre, le mie sorelle e i miei fratelli più piccoli”, ha spiegato. “Questa polemica ha avuto un impatto enorme sulla mia vita.”
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La situazione è diventata così insostenibile che sua madre le ha consigliato di abbandonare la boxe. “Gli attacchi erano così virulenti che mi ha consigliato di smettere. Anch’io ci ho pensato”, ha ammesso. “Ma quando guardo la mia medaglia, tutto si cancella”.
Per la prima volta, Imane Khelif ha confermato pubblicamente di possedere il gene SRY, situato sul cromosoma Y e considerato un marcatore genetico tipicamente maschile. “Sì, ed è naturale”, ha dichiarato senza esitazione.
Ma la rivelazione più importante riguarda il trattamento ormonale a cui si è sottoposta. Prima del torneo di qualificazione olimpica che si è svolto a Dakar, la pugile ha seguito una terapia per abbassare drasticamente il suo livello di testosterone. “Per il torneo di qualificazione ai Giochi di Parigi ho abbassato il mio tasso di testosterone a zero. E ho vinto la medaglia d’oro”, ha spiegato, precisando di essere seguita da un team di medici e da un professore specializzato.
Questo significa che Khelif, che molto probabilmente presenta una condizione chiamata intersessualità (quando una persona nasce con caratteristiche sessuali che non rientrano nelle definizioni tipiche di maschio o femmina), ha dovuto sottoporsi a una terapia farmacologica per ridurre gli ormoni maschili naturalmente presenti nel suo organismo. Non si tratta quindi di una “transizione di genere”, ma di un intervento medico per rientrare nei parametri ormonali richiesti per gareggiare nella categoria femminile.
Nonostante le rivelazioni sul suo profilo ormonale e genetico, Khelif ha ribadito con forza la sua identità. “Io rispetto tutti, e rispetto anche Trump, perché è il presidente degli Stati Uniti. Ma non può distorcere la verità”, ha affermato. “Non sono trans, sono una ragazza. Sono stata cresciuta come una ragazza, le persone del mio villaggio mi hanno sempre conosciuta come una ragazza.”
La campionessa ha sottolineato che la sua differenza è biologica e naturale: “Abbiamo tutti una genetica differente, tutti livelli ormonali differenti. Io sono così. Non ho fatto niente per cambiare il modo in cui la natura mi ha fatta. È per questo che non ho paura.”
Khelif si allena attualmente a Parigi sotto la guida dell’allenatore John Dovi al VPunch Gym, nel quartiere di Pigalle. Dovi, che ha portato la squadra di boxe francese alle Olimpiadi di Rio 2016 conquistando sei medaglie su dieci atleti, ha grande stima di lei: “Imane è una vera campionessa olimpica. Nel suo approccio, nella sua riflessione e nel suo modo di lavorare, ha una qualità di comprensione e analisi al di sopra della norma.”
Dopo aver ottenuto una licenza di boxe professionistica dalla Federazione francese, Khelif dovrebbe debuttare tra i professionisti all’inizio di aprile. Dominique Nato, presidente della Federazione francese, ha spiegato che la pugile è in regola sia dal punto di vista amministrativo che medico: “Abbiamo esaminato i regolamenti e nulla richiede test genetici nella legislazione dello sport francese.”
La questione dei test genetici nello sport è estremamente complessa e controversa. Mentre il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ha abolito i test genetici dal 1999 considerandoli discriminatori e scientificamente riduttivi, molte federazioni sportive hanno recentemente reintrodotto questi controlli.
Nel 2025, World Boxing (l’organizzazione riconosciuta dal CIO che ha preso il posto della discreditata IBA) ha introdotto l’obbligo di test genetici basati sul gene SRY per tutte le atlete. Questo ha impedito a Khelif di partecipare ai Campionati Mondiali di Eindhoven nel giugno 2025. La pugile ha presentato ricorso al Tribunale Arbitrale dello Sport, ma per ora senza successo.
Il CIO ha incaricato una commissione per “l’uguaglianza di genere, la diversità e l’inclusione” di pronunciarsi entro marzo su nuove linee guida. Attualmente, il sistema olimpico delega alle singole federazioni internazionali la definizione dei criteri di ammissibilità degli atleti, creando una situazione frammentata e spesso contraddittoria.
Khelif si è dichiarata pronta a sottoporsi ai test richiesti per partecipare alle Olimpiadi di Los Angeles 2028. “Per i prossimi Giochi, se dovrò fare un test, mi ci sottoporrò. Non ho alcun problema con questo”, ha assicurato. “Questo test l’ho già fatto. Ho contattato World Boxing, ho inviato loro la mia cartella medica, i miei test ormonali, tutto. Ma non ho avuto alcuna risposta. Non mi nascondo, non rifiuto i test.”



