Nell’inverno del 1951 un certo Ernesto Guevara, che solo molto dopo sarebbe diventato il leggendario “Che”, inforcava una motocicletta Norton 500 soprannominata La Poderosa II e si lanciava in un viaggio che avrebbe cambiato non solo la sua vita ma anche il destino di un intero continente: quel viaggio attraverso il Sudamerica, intrapreso con l’amico Alberto Granado, fu infatti un’odissea che trasformò un giovane sognatore in un rivoluzionario. Ripercorriamo insieme le tappe di questo viaggio lungo 14.000 chilometri, raccontato dallo stesso Che nel suo diario Latinoamericana e immortalato nel film I diari della motocicletta.
Nato il 14 giugno 1928 a Rosario, in Argentina, Ernesto era uno studente di medicina dall’animo inquieto, figlio di una famiglia benestante ma sensibile alle disuguaglianze. Nel 1950 aveva già esplorato il nord dell’Argentina su una bicicletta modificata con un motore Garelli Mosquito; nel febbraio 1951, lavorando come infermiere su mercantili, aveva toccato Brasile, Trinidad e Tobago e Venezuela, ma fu il suo amico biochimico Alberto Granado a dare il via all’impresa che avrebbe segnato la sua vita. I due, poco più che ventenni, decisero di prendersi una pausa dagli studi e partire da Alta Gracia per esplorare il Sudamerica a bordo della Poderosa II, una motocicletta malandata ma piena di promesse.
Partiti nel dicembre 1951, Ernesto e Alberto attraversarono l’Argentina, il Cile, il Perù, la Colombia e il Venezuela affrontando strade sterrate, guasti meccanici e paesaggi mozzafiato. A Temuco, in Cile, un incidente danneggiò il telaio della Poderosa costringendoli a proseguire con mezzi di fortuna, ma ancora più determinati di prima. Lungo il cammino il Sudamerica si rivelò a loro in tutta la sua complessità: villaggi impoveriti, miniere cilene dove i lavoratori erano sfruttati da compagnie inglesi, comunità indigene peruviane schiacciate dal razzismo. A Huambo, in Perù, i due si offrirono come medici volontari in un lebbrosario in condizioni disastrose, mentre a San Pablo, sulle rive del Rio delle Amazzoni, Ernesto compì un gesto simbolico attraversando il fiume a nuoto per raggiungere dei malati isolati.

Il viaggio fu anche un’immersione culturale: a Cusco e Machu Picchu Guevara rimase incantato dalla grandezza delle civiltà precolombiane, mentre a Lima l’incontro con il dottor Hugo Pesce, esperto di lebbra e marxista, accese in lui un interesse per le teorie rivoluzionarie. A Caracas, ultima tappa, il contrasto tra la ricchezza sfacciata e la miseria estrema lo colpì profondamente: fu proprio qui che Ernesto si separò da Granado, volando a Miami per un breve e amaro soggiorno di 20 giorni, che descrisse come i più duri della sua vita, prima di tornare in Argentina.
Il viaggio, durato 8 mesi, non fu solo un’esplorazione geografica ma una rivelazione politica: le pagine di Latinoamericana raccontano un giovane che, di fronte alla povertà e all’ingiustizia, iniziò a vedere il Sudamerica non come un mosaico di nazioni, ma come un’unica entità unita da una cultura meticcia e da una storia di oppressione. Influenzato dalle letture marxiste e dalle esperienze sul campo, Guevara concluse che solo una rivoluzione continentale poteva abbattere le disuguaglianze.
Questa visione di un’America Latina senza confini, libera e solidale, divenne il cuore della sua ideologia, guidandolo nei futuri viaggi in Centroamerica e nella lotta rivoluzionaria a Cuba. Tornato in Argentina, Guevara si laureò in medicina il 12 giugno 1953, specializzandosi in allergologia, ma il suo destino era ormai altrove: il viaggio aveva acceso in lui una scintilla che non si sarebbe mai spenta, trasformandolo da medico a icona della ribellione.



