La Striscia di Gaza è da mesi teatro di un conflitto devastante, con un bilancio umano che supera le 66.000 vittime palestinesi, tra cui oltre 19.000 bambini, e la persistente detenzione di 48 ostaggi israeliani. In questo scenario di profonda crisi, l’annuncio di un nuovo piano di pace da parte del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha riacceso un barlume di speranza, ma anche sollevato interrogativi cruciali. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha espresso la sua accettazione, mentre la risposta di Hamas è attesa nei prossimi giorni. Ma cosa prevede realmente questo accordo e quali sono le sue reali possibilità di successo?
Il piano di pace americano, presentato da Trump a Netanyahu alla Casa Bianca, si articola in 20 punti, concepiti per porre fine al conflitto e stabilire un governo post-bellico a Gaza. Tra le clausole più significative, vi è la richiesta di una fine immediata della guerra, condizionata all’accettazione del documento da entrambe le parti. Un punto focale riguarda il rilascio di tutti gli ostaggi israeliani ancora prigionieri di Hamas, che dovrebbe avvenire entro 72 ore dall’accettazione della proposta da parte di Israele. In un’iniziativa sorprendente, il piano prevede anche che i membri di Hamas che si impegneranno per una coesistenza pacifica e disarmeranno le loro armi riceveranno un’amnistia, con la garanzia di un passaggio sicuro per coloro che desiderano lasciare Gaza.
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Per la gestione del territorio dopo il conflitto, il piano propone l’istituzione di un consiglio di amministrazione temporaneo, che sarebbe presieduto da Trump stesso e includerebbe l’ex primo ministro britannico Tony Blair. Un dettaglio importante è che il piano non impone alle persone di lasciare Gaza, smentendo le preoccupazioni di un possibile sfollamento forzato.
Donald Trump ha definito l’incontro con Netanyahu una “giornata storica”, esprimendo ottimismo sulla vicinanza a un accordo. Ha anche chiarito che, qualora Hamas rifiutasse la proposta, Israele avrebbe il “pieno sostegno” degli Stati Uniti per sconfiggere definitivamente l’organizzazione. Benjamin Netanyahu, da parte sua, ha confermato l’accettazione del piano, pur ribadendo che “se Hamas respinge il piano Israele finirà il lavoro“. Prima della conferenza stampa congiunta, la Casa Bianca ha rivelato che Netanyahu aveva presentato scuse formali al premier del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, per un recente attacco a Doha contro alcuni leader palestinesi, in una telefonata definita da Trump “a cuore aperto“.
Sul fronte palestinese, la risposta di Hamas è in sospeso. Sebbene un alto funzionario del movimento, Mahmoud Mardawi, abbia inizialmente dichiarato che il piano “non ha finora raggiunto Hamas né alcun gruppo palestinese” e che le sue disposizioni sono “troppo vicine alla posizione israeliana”, fonti diplomatiche citate da Politico indicano che la proposta è stata presentata ai negoziatori di Hamas tramite funzionari del Qatar e dell’Egitto. Hamas avrebbe assicurato che esaminerà il documento e darà una risposta entro qualche giorno. Tuttavia, il movimento ha già espresso una ferma opposizione a qualsiasi “tutela straniera” sul suo popolo, definendo “inaccettabile” la figura di Tony Blair nel consiglio di amministrazione temporaneo e ribadendo il proprio diritto alla “resistenza armata”.
L’inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente, Steve Witkoff, pur riconoscendo la necessità di definire alcuni dettagli, si è detto “molto ottimista” e “fiducioso” nel raggiungimento di un accordo definitivo.



