Era il 25 gennaio 2016 quando Giulio Regeni, ventottenne di Fiumicello Villa Vicentina (Udine), scomparve per le strade del Cairo. Otto giorni più tardi il suo corpo venne ritrovato lungo la strada per Alessandria: presentava bruciature, tagli e ferite che raccontavano giorni di violenze atroci.
A dieci anni di distanza, quella morte rimane senza giustizia. A Roma è in corso un processo che vede imputati quattro alti funzionari dei servizi segreti egiziani, accusati di sequestro, torture e omicidio. Ma gli imputati si trovano in Egitto, protetti dal governo di Al Sisi, e non sono mai stati consegnati alle autorità italiane.
Giulio era un brillante ricercatore che stava completando il dottorato all’Università di Cambridge. La sua ricerca riguardava l’economia egiziana e i sindacati indipendenti, un argomento sensibile in un paese dove la repressione dopo la primavera araba del 2011 aveva soffocato ogni forma di dissenso. Parlava perfettamente arabo e inglese, aveva vinto premi internazionali per i suoi studi sul Medio Oriente e scriveva articoli per testate italiane usando lo pseudonimo Antonio Druis.
La sua era una vita costruita sull’impegno e sulla curiosità: da ragazzo era stato sindaco dei ragazzi nel suo comune, poi aveva studiato a Trieste, vinto una borsa di studio per il New Mexico e infine era approdato a Oxford e Cambridge. A settembre 2015 era arrivato al Cairo per la sua ricerca.
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Durante il processo è emerso che Giulio fu fermato da agenti legati al regime egiziano e che era ancora vivo dopo il rapimento. Paola Deffendi, sua madre, ha testimoniato in aula descrivendo il dolore di fronte alle immagini del corpo del figlio: “Ho visto nei suoi occhi tutto il male del mondo”.
Ma le responsabilità non riguardano solo l’Egitto. Le udienze hanno fatto emergere ritardi e confusione nelle azioni dei governi italiani dell’epoca, influenzati dai legami economici e strategici con il Cairo. L’Egitto viene ancora considerato un “paese amico” nonostante le continue violazioni dei diritti umani, una dinamica simile a quanto accaduto con altri italiani detenuti all’estero, come il cooperante Alberto Trentini.
Il processo è ora sospeso in attesa di una decisione della Corte costituzionale su questioni tecniche relative ai compensi degli avvocati d’ufficio. Quando riprenderà, gli imputati continueranno comunque a trovarsi al sicuro in Egitto.
L’associazione “Giulio siamo noi” mantiene viva la memoria del ricercatore attraverso l'”onda gialla”: ogni 25 del mese, alle 19.41 (l’ora del sequestro), le persone si ritrovano con una candela davanti alle panchine dedicate a Giulio in tutta Italia. Ogni 25 gennaio, Fiumicello Villa Vicentina si stringe attorno ai genitori Paola e Claudio, alla sorella Irene e all’avvocata Alessandra Ballerini, insieme a cittadini, giornalisti e scrittori.
Quando arriverà una sentenza, toccherà ai familiari e a chi sostiene la loro battaglia chiedere al governo italiano l’estradizione degli eventuali condannati. Sarà il momento di verificare se la retorica dell’orgoglio nazionale valga davvero per tutti i cittadini o solo quando non ci sono in gioco interessi diplomatici e commerciali con regimi autoritari. Dopo dieci anni, la domanda resta aperta: la giustizia per Giulio Regeni arriverà mai?
Intanto, nelle sale italiane il 2, 3 e 4 febbraio uscirà il docufilm Giulio Regeni – Tutto il male del mondo per la regia di Simone Manetti.



