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Home » Attualità » L’esilio? Finto. Emanuele Filiberto: “Entravamo quando volevamo, con politici a tavola e carabinieri compiacenti”

L’esilio? Finto. Emanuele Filiberto: “Entravamo quando volevamo, con politici a tavola e carabinieri compiacenti”

Emanuele Filiberto rivela che i Savoia hanno violato ripetutamente l'esilio dall'Italia con la complicità delle autorità. Viaggi in Valle d'Aosta, cene a Torino e politici a tavola.
RedazioneDi Redazione5 Febbraio 2026
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Emanuele Filiberto di Savoia a Belve
Emanuele Filiberto di Savoia a Belve (fonte: YouTube)

Un ricordo di montagna ha fatto emergere una verità nascosta per decenni. Gustav Thöni, campione olimpico di sci, ha raccontato nel suo libro autobiografico e in un’intervista al Corriere della Sera di aver ricevuto nel 1974 la visita di Vittorio Emanuele di Savoia e sua moglie Marina Doria nel suo albergo di famiglia a Trafoi, ai piedi dello Stelvio. Un gesto che sembrava una semplice cortesia sportiva nascondeva però un problema: Trafoi si trova in territorio italiano, e all’epoca i discendenti maschi dei Savoia non potevano mettere piede nel paese.

Dopo il referendum del 1946 che trasformò l’Italia da monarchia a repubblica, la Costituzione italiana stabilì che i discendenti maschi di Casa Savoia non potessero entrare né soggiornare in Italia. Questo divieto, contenuto nella XIII disposizione transitoria della Costituzione, rimase in vigore fino al 2002. L’esilio era una conseguenza diretta della fine della monarchia e del ruolo controverso dei Savoia durante il fascismo e la Seconda Guerra Mondiale.

 

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Umberto II, l’ultimo re d’Italia che regnò per appena un mese (dal 9 maggio al 18 giugno 1946), fu costretto a lasciare il paese per sempre. Morì in esilio in Portogallo nel 1983, senza mai poter tornare nella sua terra.

Quello che sembrava un episodio isolato si è trasformato in una confessione collettiva. Raggiunto telefonicamente dal Corriere della Sera, Emanuele Filiberto di Savoia ha ammesso senza mezzi termini: “Altro che una volta sola, l’abbiamo fatto tutti”. Il principe ha spiegato che le violazioni del divieto furono numerose e sistematiche: “Io stesso sono entrato più volte in Italia con mio padre. In Valle d’Aosta per vedere il Castello di Sarre, a Torino per pranzo, in Sardegna”.

Ma il dettaglio più sorprendente riguarda il tipo di ingressi: non erano clandestini nel senso comune del termine. “I carabinieri salutavano. Facevano proprio il saluto”, ha rivelato Emanuele Filiberto. Non si trattava quindi di attraversamenti di frontiera furtivi, ma di passaggi palesemente tollerati dalle forze dell’ordine.

Il racconto del principe svela un esilio che nella pratica era già svuotato di significato. “Ricordo le cene, per esempio la bagna cauda. Era tutto molto semplice. E tutti erano felici di incontrarlo”, ha raccontato riferendosi al padre Vittorio Emanuele. Poi ha aggiunto un particolare ancora più delicato: “A tavola, qualche volta, c’erano anche dei politici. Ma preferisco non fare nomi”.

Le incursioni in Sardegna erano particolarmente frequenti. “Siamo andati più volte in barca. Quando si poteva prendere una boccata d’aria in Italia, lo si faceva”, ha spiegato. Si trattava di piccoli viaggi che nel tempo sono diventati quasi una normalità tollerata da tutti.

Tra i ricordi più emozionanti condivisi da Emanuele Filiberto c’è quello di un volo privato organizzato da suo padre Vittorio Emanuele, che era pilota. Partirono da Ginevra e sorvolarono Torino e il castello di Racconigi a bassa quota, permettendo a Umberto II di rivedere dall’alto i luoghi della sua giovinezza. “Mio nonno era commosso. Diceva: non possiamo atterrare, ma vedere quei luoghi…”, ha raccontato il principe.

La giustificazione di Emanuele Filiberto è netta: “Prima che noi infrangessimo la legge, ci avevano violato i diritti. La Corte europea ce lo ha riconosciuto. Era normale fare questi strappi”. Oggi il principe continua la sua battaglia personale, chiedendo il ritorno in Italia delle spoglie di Umberto II, attualmente sepolte nell’Abbazia di Altacomba in Savoia.

Dal punto di vista giuridico, la situazione era chiara sulla carta ma sfumata nella realtà. Il costituzionalista Mario Bertolissi ha spiegato al Corriere della Sera: “La norma era chiarissima. Se fossero stati intercettati, li avrebbero dovuti accompagnare alla frontiera”. Ma evidentemente quella disposizione era già da tempo tollerata e ignorata nei fatti.

Il divieto venne formalmente abolito solo nel 2002 con una modifica costituzionale. Il 15 marzo 2003 l’Italia assistette al rientro ufficiale dei Savoia: l’aereo atterrò a Napoli Capodichino tra applausi di monarchici e contestazioni. Dopo 57 anni di esilio ufficiale, i Savoia potevano finalmente tornare alla luce del sole. Ma come dimostrano le rivelazioni di questi giorni, quel confine in realtà lo avevano già attraversato molte, molte volte.

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