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Home » Ambiente » Animali » Benessere dei polli da allevamento: l’Italia è messa malissimo. Giganti del fast food sotto accusa

Benessere dei polli da allevamento: l’Italia è messa malissimo. Giganti del fast food sotto accusa

L'Italia è tra gli ultimi posti in Europa per il benessere animale nei fast food. Ecco perché quasi tutte le grandi catene hanno bocciato il test.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino13 Febbraio 2026
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polli in allevamento
polli in allevamento (fonte: FreePik)

Vivere in un paese famoso per la buona cucina non garantisce automaticamente che gli ingredienti vengano scelti con etica. L’ultima edizione del rapporto “The Pecking Order” ha acceso i riflettori su una realtà amara: le grandi catene di ristorazione che operano in Italia sono tra le peggiori in Europa per quanto riguarda la tutela dei polli da carne. Nonostante un impercettibile passo avanti rispetto all’anno scorso, il nostro Paese occupa la penultima posizione della classifica, superando solo la Romania.

Per capire la gravità della situazione, bisogna conoscere l’ECC. Si tratta di un protocollo internazionale che impone standard minimi per evitare sofferenze inutili agli animali. Tra i criteri principali ci sono la garanzia di più spazio nei capannoni (evitando il sovraffollamento), l’uso di razze che non crescono così velocemente da subire malformazioni e metodi di macellazione meno cruenti. In Francia e Svezia, queste regole sono ormai la norma; in Italia, sono quasi un miraggio.

Due polli in un allevamento
Due polli in un allevamento (fonte: Unsplash)

L’indagine ha analizzato i comportamenti di sette colossi presenti sul nostro territorio: Autogrill, Burger King, IKEA, KFC, McDonald’s, Starbucks e Subway. Il risultato è quasi un fallimento totale. Ben sei aziende su sette non hanno preso impegni pubblici per migliorare le proprie filiere. L’unica nota positiva arriva da IKEA, che si distingue per politiche trasparenti e orientate al cambiamento. Particolarmente critico è il caso di KFC Italia: mentre negli altri paesi europei la catena si sta adeguando, in Italia ha addirittura ridotto l’uso di razze a crescita lenta, tornando a sistemi che favoriscono l’uso eccessivo di antibiotici e aumentano la mortalità degli animali.

Il benessere animale non è solo una questione di sensibilità o di cuore. Gli allevamenti intensivi gestiti senza criteri etici sono terreni fertili per lo sviluppo di malattie e contribuiscono pesantemente al problema dell’antibiotico-resistenza, una minaccia globale per la salute umana. Quando una grande catena decide di ignorare questi standard, non sta solo voltando le spalle alla sofferenza animale, ma sta anche offrendo un prodotto meno sostenibile e potenzialmente meno sicuro. Il messaggio degli esperti è chiaro: è il momento che i consumatori inizino a pretendere la stessa qualità e trasparenza che i cittadini francesi o svedesi danno ormai per scontate.

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