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Home » Sport » Canada-USA, una rivalità sportiva e politica senza fine: cosa dirà oggi la finale olimpica di hockey su ghiaccio?

Canada-USA, una rivalità sportiva e politica senza fine: cosa dirà oggi la finale olimpica di hockey su ghiaccio?

Canada e USA: alleati, amici, rivali. La finale olimpica di hockey su ghiaccio racconta molto più di un semplice match sul ghiaccio — ecco perché.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino22 Febbraio 2026
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bandiere canadesi e americane
bandiere canadesi e americane (fonte: Unsplash)

Parlano quasi la stessa lingua, condividono il confine terrestre più lungo del mondo, circa sette volte la penisola italiana, e si definiscono a vicenda, in tutti i sondaggi, il mio straniero preferito. Eppure, ogni volta che Canada e Stati Uniti si ritrovano faccia a faccia su una pista di hockey, qualcosa si muove sotto la superficie del ghiaccio. Qualcosa che va ben oltre il punteggio. Oggi, nella finale olimpica, quella tensione torna a manifestarsi davanti al mondo intero. E non è mai una partita come le altre tra queste due nazioni. È il momento in cui la storia, la politica, gli stereotipi e l’orgoglio nazionale si cristallizzano in sessanta minuti di gioco. Gli spalti di Santa Giulia lo sanno. I giocatori lo sanno. E probabilmente lo sa anche chi, dall’altra parte del mondo, segue in diretta senza capire granché di hockey, ma capisce benissimo cosa significa difendere la propria identità.

La storia comune di queste due nazioni è così intrecciata da sembrare, a tratti, la trama di un romanzo. Hanno combattuto insieme nelle due guerre mondiali, nella Guerra Fredda, in Afghanistan. Condividono l’alleanza NATO, l’accordo di libero scambio con il Messico e i Five Eyes, il patto d’intelligence con Gran Bretagna, Australia e Nuova Zelanda. Sul piano economico, circa il 70% del commercio estero canadese attraversa ogni giorno quel confine comune.

John F. Kennedy, nel 1961, sintetizzò questa vicinanza con una frase rimasta nella storia: “La geografia ci ha resi vicini. La storia ci ha resi amici. L’economia ci ha resi soci. E la necessità ci ha resi alleati”. Trent’anni dopo, Joe Biden aggiunse una nota più intima: “Americani e canadesi sono due persone che condividono un cuore. Non ci sono due nazioni sulla Terra così legate”. Poi però non resistette: “Devo dire che mi piacciono tutte le vostre squadre, tranne i Leafs dell’hockey”.

Una partita di hockey su ghiaccio
Una partita di hockey su ghiaccio (fonte: Unsplash)

Sotto questa superficie di cordialità impeccabile, però, scorre da sempre una corrente più fredda. Il premier canadese Pierre Trudeau padre la fotografò con una metafora che i canadesi conoscono a memoria: “Essere i vicini dell’America è come dormire con un elefante. Non importa quanto amichevole sia la bestia: s’è influenzati da ogni sussulto e grugnito”. Essere canadese significa, in fondo, voler essere qualcosa di diverso dal vicino di casa. Un’identità costruita per contrasto, con una punta di orgoglio che gli americani, spesso, nemmeno percepiscono.

Ed è qui che nascono le piccole guerre quotidiane, quelle che non finiscono mai sui giornali ma che si combattono ogni giorno in cucina, in ufficio, al bar.

Cominciamo dal caffè. I canadesi hanno Tim Hortons, fondato nel 1964 e considerato quasi un simbolo nazionale. Gli americani hanno Starbucks. Due filosofie opposte: velocità e informalità contro branding raffinato e prezzi in su. Una differenza che sembra piccola ma racconta mondi distanti.

Poi c’è l’accento. I canadesi pronunciano la parola about in modo leggermente diverso dagli americani  e questo basta per far scattare battute e imitazioni.

E poi c’è il leggendario “sorry”. I canadesi si scusano per tutto, anche quando non è colpa loro, anche quando sono stati pestati i piedi da qualcun altro. Nel 2009 hanno persino approvato un Apology Act, una legge che sancisce che dire sorry non equivale ad ammettere una responsabilità legale. Gli americani, pragmatici e diretti, trovano tutto ciò esilarante. I canadesi lo considerano semplicemente buona educazione.

La rivalità latente è diventata molto meno latente con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. In pochi mesi, il Canada si è sentito definire «il 51esimo Stato americano», ha ricevuto la proposta di annessione, ha sentito il proprio premier chiamato “il vostro governatore”. Trump ha minacciato dazi fino al 100% su acciaio, alluminio e automobili, e ha evocato il blocco del ponte sospeso fra Michigan e Ontario, dedicato, non a caso, a un famoso giocatore di hockey. “Il Canada ha approfittato di noi”, ha detto Trump nel 2026. Una frase che in Canada ha fatto l’effetto di una sirena d’allarme.

Su un cavalcavia di Montreal è apparsa una scritta: “Basta sovrani!”. Piccola, ma eloquente. Il Canada rimane formalmente una monarchia parlamentare con Carlo d’Inghilterra come capo di Stato. Ed è questa, forse, la corona che Trump guarda con più invidia.

 

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