L’esposizione costante a scenari di guerra e crisi geopolitiche sta causando un aumento significativo di disturbi d’ansia e insonnia anche in chi vive lontano dai conflitti. La sovraesposizione mediatica attiva meccanismi biologici di allerta che mantengono il cervello in uno stato di ipervigilanza costante. Per salvaguardare il benessere mentale, gli esperti suggeriscono di limitare il consumo di notizie e riscoprire le routine quotidiane come ancora di salvezza.

Negli ultimi anni, la portata degli eventi drammatici, dai conflitti in Medio Oriente all’Ucraina, ha generato un’eco psicologica senza precedenti. Non è solo una sensazione soggettiva: secondo la neurobiologia, la visione continua di immagini cruente e aggiornamenti in tempo reale stimola i sistemi di stress nel nostro organismo. Questo accade perché il cervello fatica a distinguere una minaccia lontana migliaia di chilometri da una vicina, reagendo come se fossimo in pericolo imminente.
Questa condizione può degenerare nel cosiddetto stress traumatico vicario. Si tratta di una situazione in cui una persona, pur non essendo vittima diretta di un trauma, ne sperimenta gli effetti emotivi e fisici (tensione muscolare, difficoltà di concentrazione, angoscia) semplicemente osservando le sofferenze altrui attraverso uno schermo.
A differenza del passato, quando l’informazione passava per i giornali cartacei o i telegiornali a orari fissi, oggi siamo immersi in un flusso ininterrotto. I social media utilizzano frammenti video estremamente impattanti che rendono le tragedie immediate e “vicine”.
Uno dei comportamenti più rischiosi identificati dagli psicologi è il doomscrolling: la tendenza compulsiva a scorrere notizie negative sullo smartphone. Questa pratica impedisce alla mente di contestualizzare i fatti, alimentando una percezione del mondo esclusivamente apocalittica. Le categorie più colpite risultano essere le persone con una bassa tolleranza all’incertezza e gli anziani, che spesso trascorrono più tempo davanti alla televisione con meno occasioni di distrazione sociale.
Informarsi è un diritto e un dovere civico, ma farlo in modo incontrollato diventa tossico per la salute mentale. Per mantenere l’equilibrio è fondamentale imparare a stabilire degli orari precisi, scegliendo uno o due momenti della giornata per consultare le notizie ed evitando tassativamente di farlo appena svegli o prima di andare a dormire. In questo processo di selezione, diventa prioritario filtrare le fonti, privilegiando testate giornalistiche autorevoli che offrono analisi approfondite al posto dei video sensazionalistici che circolano sui social.
Altrettanto importante è valorizzare la routine quotidiana: mantenere i propri impegni, l’attività fisica e le relazioni sociali funge da vero e proprio ancoraggio emotivo, ricordando alla mente che esiste una realtà sicura e gestibile. Infine, è necessario imparare ad accettare l’impotenza, comprendendo che la nostra preoccupazione non ha il potere di risolvere i conflitti globali, ma serve solo a logorare le nostre energie psicofisiche.
È fondamentale monitorare se la paura inizia a modificare i comportamenti concreti. Se una persona smette di viaggiare, di frequentare luoghi affollati o di utilizzare i mezzi pubblici per timore di attacchi remoti, si entra in una dimensione clinica. In questi casi, rivolgersi a uno specialista è il passo più corretto. Un percorso psicologico aiuta a ridimensionare i rischi reali rispetto a quelli percepiti attraverso i media, restituendo alla persona la capacità di vivere il presente con serenità.



