La Svezia ha ufficialmente dato il via libera all’acquamazione, una tecnica di commiato ecologica che utilizza il potere dell’acqua per la decomposizione naturale del corpo. Mentre nazioni come la Scozia e diversi stati americani hanno già adottato questa pratica, in Italia la normativa resta ferma, rendendo di fatto illegale questa alternativa alla cremazione tradizionale. La notizia sta sollevando un forte dibattito pubblico, spinto dalla crescente ricerca di soluzioni funerarie a basso impatto ambientale che possano sostituire i metodi convenzionali.

L’acquamazione, scientificamente nota come idrolisi alcalina, non prevede l’uso del fuoco ma si affida a un principio chimico accelerato. Il corpo viene adagiato in una camera pressurizzata dove viene immerso in una miscela composta per il 95% da acqua e per il restante 5% da una soluzione alcalina, solitamente idrossido di potassio.
All’interno del macchinario, il liquido viene riscaldato fino a raggiungere temperature prossime ai 150 gradi Celsius. Grazie alla combinazione di calore, pressione e agenti alcalini, i tessuti organici si dissolvono in un arco di tempo che va dalle tre alle quattro ore. Ciò che resta al termine del ciclo sono esclusivamente le componenti minerali delle ossa. Queste ultime, una volta estratte e asciugate, vengono ridotte in una polvere finissima e consegnate ai cari in un’urna, con un risultato estetico del tutto simile alle ceneri prodotte dai forni crematori, ma con un’origine radicalmente diversa.
La scelta svedese si inserisce in una visione del futuro in cui anche il fine vita deve fare i conti con la sostenibilità. La cremazione classica è un processo ad alto consumo energetico che libera nell’atmosfera anidride carbonica e, in alcuni casi, metalli pesanti come il mercurio. Al contrario, l’acquamazione abbatte drasticamente le emissioni e richiede molta meno energia.
In un contesto globale dove la consapevolezza ambientale guida ormai ogni nostra decisione quotidiana, l’idea di una “morte verde” sta diventando un’esigenza culturale. Molte persone desiderano che il proprio passaggio finale non gravi ulteriormente sul pianeta, preferendo un metodo che simuli, in tempi rapidi, la decomposizione naturale che avverrebbe in acqua nel corso di decenni.
Nonostante l’interesse crescente e la diffusione della cremazione tradizionale, ormai scelta da milioni di italiani, l’acquamazione nel nostro Paese rimane un miraggio burocratico. Le leggi vigenti riconoscono solo due strade: la sepoltura (inumazione o tumulazione) e la cremazione tramite combustione. L’idrolisi alcalina non è attualmente contemplata nel regolamento di polizia mortuaria, lasciando questa pratica in un limbo normativo.
Tuttavia, il panorama sta cambiando. Sempre più spesso si parla di bare biodegradabili, urne fatte di materiali vegetali che si trasformano in alberi e cimiteri bosco. Questi segnali indicano che la sensibilità collettiva è pronta per un’evoluzione, ma la politica fatica a seguire il passo dei tempi, mantenendo l’acquamazione in una dimensione puramente teorica e non applicabile sul territorio nazionale.
Oltre agli aspetti tecnici, il successo dell’acquamazione in Svezia racconta una trasformazione psicologica profonda. Il funerale non è più vissuto solo come un rito statico e formale, ma come l’ultimo atto di coerenza con i propri valori. Scegliere un metodo percepito come “dolce” e naturale restituisce un senso di leggerezza non solo a chi se ne va, ma anche a chi resta, liberando i familiari da oneri futuri e legando il ricordo a un ciclo vitale che non si interrompe in modo violento.



