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Home » Web » Adinolfi pubblica le iniziali del giornalista arrestato per violenza: il web esplode ma a rischiare sono le vittime

Adinolfi pubblica le iniziali del giornalista arrestato per violenza: il web esplode ma a rischiare sono le vittime

Mario Adinolfi ha pubblicato le iniziali del giornalista arrestato per pedofilia. Un gesto che mette a rischio le vittime minorenni: ecco perché non si fa e cosa dice la legge.
RedazioneDi Redazione19 Marzo 2026
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bimbo che si nasconde
Bimbo che si nasconde (FreePik)

La notizia, resa nota domenica scorsa, è terribile: un giornalista di 48 anni, ex vicedirettore di un telegiornale nazionale, è stato arrestato a Roma con l’accusa di atti illeciti su minori assieme alla compagna. I loro nomi non vengono diffusi per proteggere le vittime minorenni. Due giorni fa, Mario Adinolfi, però, ha pubblicato le presunte iniziali dell’uomo su Instagram, legando il nome del giornalista a una nota testata. Quel gesto ha scatenato una caccia all’uomo online che rischia di fare del male alle persone sbagliate: i bambini.

Nei giorni scorsi i carabinieri del Nucleo investigativo di Roma, nell’ambito di un’inchiesta coordinata dalla Procura capitolina, hanno arrestato un uomo di 48 anni con un curriculum di tutto rispetto nel mondo dell’informazione televisiva, passato da inviato a vicedirettore di un Tg nazionale, poi approdato ai vertici della comunicazione di una grande azienda energetica a partecipazione pubblica. Insieme a lui è finita in manette la compagna, un’insegnante di 52 anni residente nel Trevigiano.

Le accuse sono gravissime e sono tutte nell’ambito degli atti illeciti su minori. Nei telefoni della coppia gli investigatori hanno trovato immagini e video delle vittime: la figlia sedicenne della donna, che ha scoperto quelle foto sul pc della madre e ha avvisato il padre, e i nipoti di lei, due bambini di cinque e otto anni che il fratello le affidava regolarmente senza sapere nulla di quanto accadesse.

È stata proprio la ragazza, lo scorso novembre, a dare il via a tutto: ha raccontato al padre quello che aveva visto, lui ha sporto denuncia, e i carabinieri hanno agito con la massima rapidità. L’uomo è stato fermato alla stazione Termini, al ritorno da Bologna. Ora si trova a Rebibbia; lei è detenuta nel carcere di Venezia, dove potrebbe essere trasmesso il fascicolo per competenza territoriale.

I nomi dei due indagati non vengono resi pubblici. Non per proteggere loro, ma per proteggere i bambini.

bimbo si protegge dietro orsacchiotto
bimbo si protegge dietro orsacchiotto (FreePik)

Il ragionamento è lineare. Più dettagli si diffondono sull’identità degli arrestati, più diventa facile risalire a chi sono le vittime, che in questo caso sono minori, figli e nipoti della donna coinvolta. Rivelare il nome del giornalista significa, di riflesso, esporre quei bambini: la loro identità, la loro scuola, la loro famiglia allargata. Persone che con questa storia non hanno nessuna colpa e che hanno già pagato un prezzo altissimo.

La newsletter di Stefano Nazzi, una delle voci più autorevoli nel giornalismo di cronaca italiano, ha spiegato chiaramente questa logica: ogni informazione aggiuntiva sull’identità degli indagati riduce lo spazio di protezione attorno alle vittime. Non si tratta di sensibilità, ma di consequenzialità.

I minori sono protetti dalla Carta di Treviso

Firmata nel 1990 e aggiornata negli anni successivi, la Carta di Treviso stabilisce regole non derogabili per i giornalisti che trattano notizie riguardanti i minori.

Il testo è inequivocabile: “Va evitata la pubblicazione di tutti gli elementi che possano con facilità portare alla sua identificazione, quali le generalità dei genitori, l’indirizzo dell’abitazione o della residenza, la scuola, la parrocchia o il sodalizio frequentati, e qualsiasi altra indicazione o elemento. Analogo comportamento deve essere osservato per episodi di pedofilia, abusi e reati di ogni genere“.

E ancora: “In tutte le azioni riguardanti i minori deve costituire oggetto di primaria considerazione il maggiore interesse del bambino e che perciò tutti gli altri interessi devono essere a questo sacrificati“.

Mario Adinolfi ha pubblicato su Instagram un post in cui indicava le presunte iniziali dell’uomo arrestato, attribuendogli anche una testata giornalistica che non era quella corretta. Un doppio errore: di merito, perché i dati erano sbagliati, e di principio, perché anche il tentativo di indicare un nome, giusto o sbagliato che sia,  innesca esattamente il meccanismo che le norme deontologiche vogliono bloccare.

Non conta se l’indicazione è corretta o no. L’effetto è identico: migliaia di persone iniziano a cercare, a confrontare, a condividere. E in quel momento la protezione attorno alle vittime comincia a sgretolarsi. Ed è così che è successo. Sul web si sono moltiplicati post con riferimento alla persona e riflessioni di colleghi che avrebbero conosciuto il giornalista, parlandone come di una persona “all’apparenza normale”. Come quella di Salvo Sottile che scrive:

“Quell’uomo io l’ho conosciuto. Non bene, non abbastanza da dire di aver condiviso una vita o una vera amicizia. Ma abbastanza da ricordare il suo modo di stare al mondo. Da ricordare il suo modo di lavorare. non faceva rumore. Non cercava visibilità. Non apparteneva alla categoria rumorosa dei giornalisti che occupano la stanza con la propria presenza. Era semplicemente uno che lavorava. Con la faccia tranquilla di chi sembra vivere una vita ordinaria (…) una vita normale. Ed è proprio questa normalità che rende tutto più difficile da capire. Padre di famiglia, professionista affidabile, collega stimato. La storia di questi giorni sembra raccontare proprio questo: la distanza enorme tra l’immagine pubblica e la vita segreta“.

Sul web si è scatenata una vera e propria caccia. Secondo alcune segnalazioni riportate dalla stampa, diversi utenti hanno usato strumenti di intelligenza artificiale per correlare le informazioni pubbliche disponibili nel tentativo di risalire all’identità degli arrestati. Un giornalista di Repubblica, proprio per documentare il rischio, ha testato più volte questa dinamica: ogni interrogazione all’IA ha restituito nomi diversi, nessuno attendibile, tutti potenzialmente devastanti per chi li porta.

Perché l’intelligenza artificiale non ha accesso agli atti di indagine. Costruisce risposte su dati pubblici, associazioni probabilistiche, coincidenze. Il risultato è che circolano nomi sbagliati, omonimi inconsapevoli vengono trascinati in una storia che non li riguarda, e le famiglie di queste persone si trovano a dover gestire un’accusa inesistente.

Il precedente Feltri: quando il giornalismo sbagliò e pagò

Non è la prima volta che questo dibattito si ripresenta. Nel 2000 Vittorio Feltri, allora direttore di Libero, decise di pubblicare una lista di nomi di presunti pedofili. Lo annunciò pubblicamente, resistette alle polemiche, che arrivarono anche da Silvio Berlusconi, e lo fece. Le conseguenze furono esattamente quelle che Gad Lerner, allora al Tg1, aveva previsto in diretta televisiva: alcuni omonimi vissero mesi d’inferno, famiglie di condannati che non avevano alcuna responsabilità personale vennero travolte dall’odio pubblico. Vittorio Feltri fu radiato dall’Ordine dei giornalisti.

Chi chiede che il nome venga reso pubblico lo fa, nella maggior parte dei casi, spinto da un’indignazione comprensibile. I reati contestati sono orribili. La rabbia è legittima. Ma la domanda giusta non è “Perché non si fa il nome del colpevole? A chi farebbe male adesso?“.

La risposta è scomoda: fa del male ai bambini. A quella ragazza di sedici anni che ha trovato il coraggio di raccontare tutto al padre. Ai due bambini piccoli che non capiscono ancora cosa è successo. A chi, per omonimia o per caso, si ritrova accusato senza motivo.

L’anonimato in questi casi non è un privilegio degli indagati. È una barriera costruita attorno alle vittime. Abbatterla, anche con le migliori intenzioni, significa esporle di nuovo.

 

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