
La fama di genio intrattabile e asociale che ancora oggi circola intorno alla figura di Beethoven è, in larga misura, ingiusta. La sordità progressiva, di cui pochissimi erano al corrente, lo aveva isolato dalla vita sociale e mondana, spingendolo in una solitudine che non aveva in alcun modo scelto. Beethoven non era un misantropo: era un uomo malato che cercava di nascondere la propria condizione.
I ricercatori hanno analizzato otto ciocche di capelli attribuite a Beethoven, provenienti da collezioni private e istituzioni pubbliche tra Europa e Stati Uniti, risalenti presumibilmente al periodo compreso tra il 1821 e la morte del compositore nel 1827. Soltanto cinque si sono rivelate autentiche, appartenendo a un unico individuo maschile con ascendenza centroeuropea pienamente compatibile con quella documentata del compositore. appartenente a una donna.
Questa scoperta ha avuto un effetto collaterale importante: ha smontato definitivamente la teoria dell’avvelenamento da piombo, che per anni aveva circolato come possibile causa della morte. Quella ipotesi si basava proprio su una di quelle ciocche false. I ricercatori precisano che eventuali analisi future su piombo, oppiacei e mercurio dovranno necessariamente partire da campioni verificati.
Il genoma di Beethoven ha rivelato la presenza del gene PNPLA3, una variante genetica associata allo sviluppo del fegato grasso che avrebbe triplicato il suo rischio di sviluppare patologie epatiche nel corso della vita. A questa predisposizione ereditaria si è sommata un’infezione da epatite B, contratta verosimilmente nella fase conclusiva della malattia. Il terzo elemento è il consumo di alcol, documentato nei cosiddetti “libri di conversazione”: i quaderni su cui interlocutori e visitatori scrivevano le proprie domande, poiché Beethoven non riusciva più a sentire. Johannes Krause del Max Planck Institute of Evolutionary Anthropology sintetizza così: la cirrosi che ha portato alla morte del compositore è molto probabilmente il risultato di un rischio ereditario significativo, di un’infezione da epatite B e dell’abitudine al bere, tre elementi che, agendo insieme, hanno avuto effetti devastanti su un fegato già geneticamente fragile.
La malattia epatica aveva fatto la sua comparsa nell’estate del 1821, con almeno due attacchi di ittero. Da lì in poi il quadro clinico era andato progressivamente peggiorando fino alla cirrosi conclamata, che il 26 marzo 1827 ha messo fine a una vita vissuta quasi interamente nella sofferenza.
Paradossalmente, l’obiettivo originario dello studio era proprio fare luce sulla perdita dell’udito, la malattia di cui Beethoven aveva chiesto esplicitamente la divulgazione nel suo testamento. Il risultato, su questo fronte, è parzialmente deludente: il genoma non ha fornito risposte definitive. La progressiva sordità del compositore, iniziata intorno al 1815 e diventata totale nel 1818, resta ancora senza una spiegazione genetica certa. Axel Schmidt dell’Istituto di Genetica Umana dell’Ospedale Universitario di Bonn chiarisce che l’assenza di prove non equivale all’esclusione: i metodi di analisi genomica sono in costante perfezionamento, e il genoma di Beethoven potrebbe in futuro rivelare ancora molto.
Ciò che è certo è che la sordità non gli aveva impedito di comporre capolavori. Nel 1820 Beethoven era già completamente privo dell’udito, eppure ha continuato a comporre, le ultime sonate per pianoforte, i quartetti d’archi, la Nona Sinfonia, grazie al cosiddetto “orecchio assoluto“: la capacità innata di percepire mentalmente l’esatta altezza di ogni nota, senza bisogno di sentirla fisicamente. La musica, per lui, risuonava dentro.



