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Home » Sport » Profondo nero per l’Italia del calcio, fuori dal Mondiale: tutte le “Notti tragiche” dal ’66 alla Bosnia

Profondo nero per l’Italia del calcio, fuori dal Mondiale: tutte le “Notti tragiche” dal ’66 alla Bosnia

L'Italia salta il terzo Mondiale consecutivo dopo la disfatta in Bosnia. Ripercorriamo le catastrofi azzurre dal 1966 a oggi tra delusioni e shock.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino1 Aprile 2026
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Gli azzurri dopo Bosnia Italia
Gli azzurri dopo Bosnia Italia (frame YouTube/RAI)

La Nazionale italiana di calcio attraversa uno dei periodi più oscuri della sua storia secolare, culminato con la recente e clamorosa eliminazione nei playoff contro la Bosnia che ne sancisce l’esclusione dai Mondiali 2026. Questo fallimento rappresenta l’ultima tappa di un declino iniziato oltre un decennio fa, segnando la terza assenza consecutiva dell’Italia dalla rassegna iridata dopo i disastri del 2018 e 2022. La sconfitta del gruppo guidato da Gennaro Gattuso, di sicuro il meno colpevole in questo scenario apocalittico, riapre ferite mai rimarginate, costringendo tifosi e istituzioni a confrontarsi con un catalogo di disfatte epocali che hanno trasformato l’azzurro in un vero e proprio “azzurro tenebra”.

 

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Il romanzo delle “notti nere” italiane affonda le radici nel 1966, durante i Mondiali in Inghilterra. Quell’edizione è passata alla storia per la sconfitta contro la Corea del Nord, firmata dal celebre Pak Doo-Ik. All’epoca, la stampa etichettò i calciatori avversari come “dilettanti e dentisti”, rendendo l’eliminazione al primo turno un’umiliazione senza precedenti che portò al celebre lancio di pomodori contro la squadra al rientro in aeroporto.

Dopo anni di successi alternati, il 2002 ha segnato un altro spartiacque. L’eliminazione contro la Corea del Sud  negli ottavi di finale è ricordata per la direzione arbitrale di Byron Moreno. Sebbene l’Italia avesse una delle formazioni più forti di sempre, le decisioni del fischietto ecuadoriano vennero percepite come un vero e proprio “sicariato” sportivo, dando inizio a una serie di sfortune mondiali che avrebbero perseguitato la Nazionale nei decenni a venire.

Nonostante il trionfo nel 2006, il ciclo successivo è stato un susseguirsi di crolli strutturali:

  • Sudafrica 2010: l’Italia di Lippi, campione in carica, chiude mestamente all’ultimo posto nel girone, incapace di vincere contro Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia;
  • Brasile 2014: sotto la guida di Prandelli, gli azzurri non riescono a “ballare il samba” e vengono eliminati nella fase a gironi dopo la sconfitta contro l’Uruguay, segnata dal morso di Suarez a Chiellini;
  • Russia 2018: il punto di rottura definitivo avviene nello spareggio contro la Svezia. Per la prima volta in sessant’anni, l’Italia di Ventura manca la qualificazione mondiale. È uno shock generazionale che porta alle dimissioni del CT e a una crisi d’identità del movimento.

La vittoria di Euro 2021 sembrava aver allontanato i fantasmi, ma si è rivelata una parentesi isolata. Il dramma si è ripetuto con la “Macedonia indigesta” nei playoff per Qatar 2022, dove un gol allo scadere ha condannato l’Italia alla seconda esclusione consecutiva.

Nemmeno il cambio generazionale ha invertito la rotta: a Euro 2024 è arrivata la batosta contro la Svizzera, un’eliminazione agli ottavi caratterizzata da una prestazione tecnicamente e atleticamente insufficiente. Infine, l’epilogo attuale in Bosnia chiude il cerchio di un decennio tragico. Lo stadio Bilino Polje di Zenica, campo storicamente ostico, è diventato il teatro dell’ennesima disfatta, confermando che il talento individuale non basta senza un progetto tecnico solido e una programmazione a lungo termine.

Ogni caduta rovinosa, dal crollo contro i messicani in amichevole alle batoste europee, ha sempre generato diatribe e riflessioni profonde, mai come in questo caso legate anche all’azione di una Federazione, guidata da Pasquale Gravina, che non sembra aver messo a fuoco le dimensioni (sportive, culturali e sociali) del tracollo. La storia del calcio azzurro insegna che dalle crisi si può risorgere, ma solo attraverso una ricostruzione che parta dalle basi, evitando di ripetere gli errori tattici e gestionali che hanno caratterizzato questo “profondo nero” durato dodici anni.

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