Mentre il premier spagnolo Pedro Sánchez si trova in visita ufficiale in Cina per rafforzare i rapporti con il gigante asiatico, dalla Spagna arriva una notizia destinata a scuotere il panorama politico del paese: il giudice Juan Carlos Peinado ha chiesto il rinvio a giudizio per Begoña Gómez, moglie del presidente del governo, al termine di due anni di inchiesta.
Il magistrato ha chiuso l’istruttoria ipotizzando quattro reati: traffico di influenze, corruzione negli affari, malversazione e appropriazione indebita. Nell’ordinanza di 38 pagine, Peinado sostiene di aver riscontrato indizi sufficienti e sottolinea l’eccezionalità del caso con parole che non lasciano spazio a interpretazioni: “Le condotte che provengono da palazzi presidenziali, come in questo caso, appaiono più proprie di regimi assolutisti, per fortuna ormai dimenticati nel nostro Stato”.
Secondo la ricostruzione del giudice, la primera dama avrebbe “influenzato” autorità e funzionari accademici “avvalendosi della relazione personale con il presidente del governo”, ottenendo “interlocuzioni istituzionalmente eccezionali” anche tramite incontri al Palazzo della Moncloa, sede del governo e residenza del presidente dell’esecutivo. Dall’arrivo di Sánchez alla segreteria generale del Psoe e soprattutto alla presidenza nel 2018, “si presero determinate decisioni pubbliche” favorevoli alla cattedra del master ricoperta da Gómez all’Università Complutense di Madrid e al suo progetto.
In altre parole, solo in quanto coniuge del premier, la first lady avrebbe potuto esercitare un presunto sfruttamento della sua posizione relazionale per avanzare la propria attività accademica, in particolare la posizione di direttrice di un master all’università madrilena.
Per il presunto reato di corruzione, il giudice segnala la condizione dell’indagata come colei che “ha dato impulso alla ricerca di fondi privati e, a livello indiziario, non per la cattedra universitaria pubblica (che lo era solo in apparenza), ma per integrarli nel proprio patrimonio personale”, offrendo in “controprestazione” un vantaggio competitivo alle imprese sponsorizzatrici. Secondo Peinado, Gómez sarebbe stata insomma promotrice della raccolta di fondi privati che “potevano costituire solo la facciata di una retribuzione occulta” in cambio di vantaggi a imprese coinvolte in appalti pubblici.
Contestata alla moglie del premier anche l’appropriazione indebita per la registrazione a proprio nome di un software sviluppato in ambito accademico, mentre è stata archiviata l’accusa di esercizio abusivo della professione.
El juez Peinado procesa a Begoña Gómez por malversación, tráfico de influencias, corrupción en los negocios y apropiación indebida de marca
https://t.co/si7lgIdBzg— EL PAÍS (@el_pais) April 13, 2026
Nella stessa ordinanza, il giudice chiede il rinvio a giudizio anche nei confronti di Cristina Alvarez, l’assistente della moglie del premier alla Moncloa, e dell’imprenditore Juan Carlos Berrabes, per i presunti reati di traffico di influenze, corruzione in affari, appropriazione indebita e malversazione. Rispetto all’accusa di malversazione, il magistrato ritiene che Alvarez, funzionaria retribuita con fondi pubblici, abbia svolto attività privata per Gómez, che sarebbe stata “beneficiaria consapevole della distrazione di risorse”.
Ora la parola passa alle parti. Accusa e difesa hanno cinque giorni per presentare le loro conclusioni, un passaggio che precede la scelta sull’apertura del dibattimento, con la possibilità, tuttavia già contestata dal tribunale di Madrid, che sia celebrato davanti a una giuria popolare.
Le difese degli indagati hanno ripetutamente chiesto il proscioglimento dalle accuse nell’indagine nata nell’aprile 2024 sulla base di denunce di associazioni di estrema destra e del partito Vox. Si conclude così l’inchiesta avviata due anni fa dopo la denuncia da Manos Limpias, un’associazione vicina alla destra, e ampliata a seguito di altre denunce presentate dal partito di estrema destra Vox e dall’organizzazione ultra conservatrice Hazte Oir.
Per il difensore di Gómez, l’ex ministro Antonio Camacho, l’intero procedimento è “un incubo” senza garanzie giuridiche né imparzialità, volto a perseguire “un’altra cosa” che non è la giustizia.
La decisione ha provocato una durissima reazione del governo. Secondo fonti della Moncloa riportate da El País, la reazione dell’esecutivo è di “indignazione” a causa di alcune espressioni usate nell’ordinanza di Peinado. Si sottolinea inoltre che “non è una coincidenza” che il giudice programmi “la pubblicazione delle sue decisioni” in modo che coincida con i viaggi all’estero di Sánchez, attualmente in visita in Cina accompagnato dalla moglie.
Il ministro della Presidenza e della Giustizia, Félix Bolaños, ha parlato di un “danno irreparabile” per il “buon nome della giustizia”, assicurando che “un tribunale superiore e imparziale revocherà la decisione”. Secondo Bolaños, la decisione di Peinado “ha gettato discredito su molti cittadini, giudici e magistrati in Spagna”.
Parole che hanno spinto il Partito Popolare a chiedere le dimissioni del ministro per “l’attacco” contro il giudice da parte di un potere esecutivo che “oltrepassa quotidianamente il limite”. Il Psoe parla invece di “giustizia a orologeria”, parte di una strategia di pressione politica contro il premier tramite il suo entourage, e ricorda il rinvio a giudizio del fratello di Sánchez per presunte irregolarità.
