Oscar Schmidt, una delle leggende più luminose del basket, è morto. Il cestista brasiliano aveva 68 anni ed è deceduto a Santana do Parnaíba, nell’area metropolitana di San Paolo, dopo una lunga battaglia contro un tumore al cervello che gli era stato diagnosticato nel 2011. L’annuncio è arrivato dalla famiglia, che in un comunicato ha voluto ricordare il coraggio e la dignità con cui Oscar ha affrontato questi anni difficili.
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Per oltre 15 anni Oscar ha affrontato la sua battaglia contro un tumore al cervello con coraggio, dignità e resilienza, rimanendo un esempio di determinazione, generosità e amore per la vita”, hanno scritto i familiari. Dopo la diagnosi del 2011, Schmidt aveva subito un primo intervento chirurgico, seguito da una seconda operazione nel 2013 e da nuove terapie. Nel 2022 l’ex giocatore si era definito guarito e aveva annunciato la sospensione delle cure, ma la malattia non gli ha lasciato scampo.
La veglia funebre e la sepoltura saranno riservate ai familiari e agli amici più stretti, nel rispetto del desiderio della famiglia.
Soprannominato “Mão Santa” – la Mano Santa – per le sue straordinarie doti realizzative, Schmidt è stato uno dei più grandi marcatori che il basket abbia mai conosciuto. La sua carriera è stata lunghissima: cominciata nel 1974 al Palmeiras a soli 16 anni, si è conclusa nel 2003 al Flamengo quando aveva 45 anni. Nato nel 1958, il suo sogno iniziale era quello di diventare un calciatore, ma la sua altezza lo portò naturalmente verso il basket. A Brasilia iniziò alla Scuola Salesiana, sotto la guida dell’allenatore Zezão, per poi passare all’Unidade Vizinhança Club.
Nel 1974, all’età di 16 anni, si trasferì a San Paolo e iniziò a giocare nella squadra giovanile del Palmeiras. Dopo essersi distinto, fu convocato nella nazionale giovanile brasiliana e successivamente in quella maggiore. Attirò l’attenzione dell’allenatore Claudio Mortari, che lo portò al Sírio. Nel 1979 vinse la Coppa Intercontinentale, il suo primo titolo importante.
Il legame di Oscar Schmidt con l’Italia è profondo e indissolubile. Nel 1982 fu il leggendario general manager della Juvecaserta, Giancarlo Sarti, a portarlo nel nostro paese, su segnalazione di Boscia Tanjevic. Un’intuizione geniale: nel campionato italiano Oscar divenne un idolo, letteralmente immarcabile. Gli bastava alzare le braccia, con quel rilascio rapido e perfetto, e la palla finiva la sua dolcissima corsa sempre in fondo alla retina.
In 11 stagioni tra Caserta e Pavia, Schmidt realizzò 13.957 punti: nessuno straniero ha fatto meglio nella storia del basket italiano, e solo Antonello Riva, che però ha giocato più partite, gli sta davanti nella classifica di tutti i tempi. La sua media nel campionato italiano fu straordinaria: 34,6 punti per gara. Con Caserta, dove restò dal 1982 al 1990, portò la squadra in A1 al suo secondo anno in Italia e vinse la Coppa Italia nel 1988, oltre a raggiungere due finali scudetto perse contro l’Olimpia Milano e una finale di Coppa Korac persa con Roma. Successivamente giocò tre stagioni a Pavia, fino al 1993.
Nel 1984 venne scelto al sesto giro del Draft dai New Jersey Nets con la scelta numero 131, ma decise che la NBA non faceva per lui. Schmidt è con ogni probabilità il più grande giocatore di sempre a non aver mai calcato i parquet della lega americana. A quel tempo, giocare da professionista in NBA lo avrebbe costretto a rinunciare a rappresentare la nazionale brasiliana, eventualità che Schmidt non prese mai in considerazione per il suo profondo attaccamento al Brasile.
Il nome di Oscar Schmidt rimane legato soprattutto al torneo olimpico, di cui è ancora oggi il miglior realizzatore della storia con 1.093 punti. Ha partecipato a cinque edizioni dei Giochi – Mosca 1980, Los Angeles 1984, Seul 1988, Barcellona 1992 e Atlanta 1996 – detenendo anche il record di punti segnati in un solo incontro, 55 contro la Spagna a Seoul 1988, e la media punti più alta in una singola edizione: 42,3 punti a partita sempre a Seoul 1988, dove segnò 338 punti in otto incontri.
Pur detenendo tantissimi record olimpici, non vinse mai una medaglia ai Giochi con il Brasile, ma rimane indimenticabile la sua prestazione ai Giochi Panamericani del 1987. In quella occasione batté gli Stati Uniti in finale a Indianapolis per 120-115 con una prova da 46 punti e 7 triple a segno, in un’epoca in cui il tiro da tre a livello internazionale era stato introdotto solo tre anni prima. Quella versione di Team USA poteva contare su giocatori del calibro di David Robinson, Willie Anderson, Danny Manning e altri futuri protagonisti NBA.
