Ottantuno anni dopo il bombardamento atomico di Hiroshima, poche righe continuano a raccontare meglio di qualsiasi statistica la devastazione provocata dalla prima arma nucleare usata in guerra. Sono quelle inviate nell’agosto del 1945 da Fritz Bilfinger, delegato del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), che descrisse una città distrutta, ospedali ridotti in macerie e feriti in condizioni impossibili da raccontare. Un documento che ancora oggi rappresenta una delle testimonianze più dirette della tragedia.
Alle 8:15 del 6 agosto 1945 il bombardiere americano Enola Gay sganciò su Hiroshima la bomba all’uranio “Little Boy”. Tre giorni più tardi, il 9 agosto, Nagasaki fu colpita dalla bomba al plutonio “Fat Man”. Le esplosioni provocarono decine di migliaia di morti nell’immediato, ma il numero delle vittime continuò ad aumentare nei mesi e negli anni successivi a causa delle ustioni, delle radiazioni e delle malattie correlate. Le stime indicano che entro il 1950 i decessi raggiunsero circa 200 mila a Hiroshima e 140 mila a Nagasaki. Il 14 agosto il Giappone annunciò la resa, segnando di fatto la fine della Seconda guerra mondiale.

Tra i primi osservatori internazionali ad arrivare nella città devastata ci fu proprio il personale della Croce Rossa. Bilfinger affidò a un telegramma poche parole destinate a entrare nella memoria storica: “Città rasa al suolo. L’80% degli ospedali distrutti o gravemente danneggiati. Ispezionati due ospedali da campo, condizioni indescrivibili“. Più che una cronaca, era la fotografia di un sistema sanitario completamente collassato, incapace di rispondere all’enorme numero di feriti.
Quel messaggio ha assunto negli anni un valore che va oltre la testimonianza storica. Per il Comitato Internazionale della Croce Rossa rappresenta uno dei documenti che hanno rafforzato la convinzione secondo cui nessuna organizzazione umanitaria sarebbe in grado di gestire le conseguenze di un’esplosione nucleare in un’area abitata. Da allora il CICR sostiene il divieto e l’eliminazione delle armi nucleari, ritenendo che le conseguenze umanitarie del loro utilizzo siano incompatibili con qualsiasi efficace risposta di soccorso.
L’anniversario del bombardamento arriva inoltre in una fase di particolare tensione internazionale. La stessa Croce Rossa ha espresso preoccupazione per il rallentamento degli sforzi sul disarmo e per il ritorno della deterrenza nucleare al centro del dibattito geopolitico. Un segnale, secondo l’organizzazione, è arrivato anche dall’ultima Conferenza di riesame del Trattato di non proliferazione nucleare, conclusasi senza un documento condiviso dagli Stati partecipanti.
A mantenere viva la memoria sono soprattutto gli hibakusha, i sopravvissuti alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Per decenni hanno raccontato nelle scuole, nelle università e nei consessi internazionali cosa significhi vivere dopo un’esplosione nucleare, trasformando un’esperienza personale in un messaggio universale contro la guerra atomica. Il loro impegno è stato riconosciuto con il Premio Nobel per la Pace 2024 assegnato a Nihon Hidankyo, la principale organizzazione giapponese dei sopravvissuti, premiata per aver dimostrato attraverso le proprie testimonianze perché le armi nucleari non dovrebbero mai più essere utilizzate.
