Le immagini che ritraggono cani e gatti di Hong Kong con in posa una carta d’identità impeccabile, del tutto simile a quella dei loro padroni, hanno inondato le bacheche social di tutto il mondo. Questo fenomeno ha generato un’ondata di ammirazione, portando molti a credere che la metropoli asiatica avesse introdotto una burocrazia rivoluzionaria per elevare gli animali al rango di cittadini ufficiali. Tuttavia, scavando sotto la superficie di queste grafiche accattivanti, emerge una realtà meno istituzionale ma altrettanto affascinante, dove il marketing si intreccia con la solidarietà.
Questi documenti, che imitano fedelmente le Smart ID card dei residenti umani, non sono rilasciati da alcun ufficio governativo. Si tratta, in realtà, di gadget personalizzati nati dall’ingegno di associazioni locali e venditori privati. La somiglianza visiva è talmente accurata, nei font, nei colori e nel layout, da aver tratto in inganno migliaia di utenti, alimentando il mito di una “cittadinanza animale” che, a livello legale, semplicemente non esiste. Il governo di Hong Kong, infatti, non riconosce queste tessere come documenti amministrativi, né possono essere utilizzate per superare i controlli alle frontiere o per certificare lo stato di salute dei pet.
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La genesi di queste ID card va ricercata nel lavoro di organizzazioni come la SPCA (Society for the Prevention of Cruelty to Animals), che le ha lanciate originariamente come strumento di raccolta fondi. Acquistare una di queste tessere significa fare una donazione per sostenere i rifugi e le cure mediche per gli animali meno fortunati. Oltre al valore simbolico e ludico, questi oggetti possiedono una utilità pratica non trascurabile: sul retro della tessera i proprietari possono incidere recapiti telefonici e informazioni vitali. In questo modo, la finta carta d’identità si trasforma in una sorta di medaglietta hi-tech che, appesa al collare, può facilitare il ricongiungimento in caso di smarrimento.
Se guardiamo alla normativa vigente, la realtà burocratica di Hong Kong è molto più tradizionale. L’unico sistema di tracciamento ufficiale riguarda esclusivamente i cani, per i quali vige l’obbligo di microchip e di una licenza rilasciata dall’AFCD (Dipartimento dell’Agricoltura, della Pesca e della Conservazione). Il microchip rappresenta l’unico “passaporto” permanente e riconosciuto dalle autorità per tutta la durata della vita dell’animale. Per quanto riguarda i gatti, la legge è ancora meno stringente: non esiste l’obbligo di licenza, sebbene il microchip sia caldamente raccomandato e imposto solo ai rivenditori autorizzati.
L’enorme diffusione di queste notizie ha portato alla creazione di narrazioni fantasiose, come l’esistenza di sussidi statali o assicurazioni sanitarie pubbliche garantite proprio tramite questi documenti. Le piattaforme di fact-checking hanno dovuto lavorare duramente per spiegare che Hong Kong, pur essendo una città che ama profondamente gli animali, non ha ancora integrato i pet nel proprio sistema di welfare pubblico attraverso una card ufficiale.
Le carte d’identità per animali, insomma, sono un caso esemplare di come un contenuto virale possa distorcere la percezione della realtà, trasformando un gesto di beneficenza in una notizia di politica internazionale. Restano un souvenir divertente e un modo originale per supportare le associazioni che si occupano di tutela animale.



