Il legame che unisce l’essere umano ai propri animali domestici è oggetto di studio da decenni, ma una recente indagine scientifica ha gettato nuova luce sulle differenze comportamentali tra le specie che popolano le nostre case. Spesso si tende a umanizzare cani e gatti, trattandoli come piccoli componenti della famiglia; tuttavia, è fondamentale ricordare che appartengono a specie distinte con percorsi evolutivi peculiari. Un gruppo di esperti del Gruppo di Ricerca di Etologia Comparata HUN-REN–ELTE e dell’Università Eötvös Loránd di Budapest ha condotto un esperimento comparativo per osservare come cani, gatti e bambini reagiscano davanti a un problema umano.
L’obiettivo dei ricercatori era analizzare la cosiddetta prosocialità spontanea, ovvero la tendenza a compiere un’azione benefica per un altro individuo senza attendersi una ricompensa immediata. Lo studio ha coinvolto bambini tra i 16 e i 24 mesi, cani e gatti domestici. La simulazione era semplice: una persona di riferimento cercava affannosamente un oggetto nascosto (nello specifico, una spugna per i piatti del tutto irrilevante per gli animali) senza chiedere esplicitamente aiuto.

I risultati hanno evidenziato una netta divergenza:
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Bambini e cani hanno mostrato una reazione quasi identica. Oltre il 75% dei soggetti ha indicato o recuperato l’oggetto per aiutare l’adulto, dimostrando una forte motivazione collaborativa spontanea.
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I gatti hanno manifestato un sostanziale disinteresse. Il loro intervento è avvenuto solo quando l’oggetto nascosto era di loro diretto interesse, come un cibo prelibato o un gioco preferito.
Perché questa differenza? Secondo gli etologi, la risposta risiede nella cronologia della domesticazione. Il rapporto tra uomo e cane è un legame atavico iniziato circa 30.000-40.000 anni fa, un periodo lunghissimo che ha permesso a “Fido” di sviluppare una dipendenza e una sintonia profonda con i segnali umani. Il gatto, al contrario, ha intrapreso un percorso di “auto-domesticazione” molto più recente, risalente a circa 9.500 anni fa, mantenendo una maggiore indipendenza biologica e comportamentale.
Attenzione: lo studio non intende stabilire una gerarchia di “bontà”. Mentre il cane è evolutivamente programmato per cooperare e intervenire nella risoluzione dei problemi del gruppo, il gatto riflette la sua natura di osservatore indipendente. Melitta Csepregi, autrice principale della ricerca, sottolinea che vivere insieme e formare legami affettivi non è sufficiente a generare comportamenti di aiuto spontaneo simili a quelli umani.
Questi risultati aiutano a comprendere meglio l’origine dei comportamenti sociali e confermano che la minore propensione del gatto ad “aiutare” non è un segno di egoismo, ma una manifestazione della sua minore dipendenza dall’uomo rispetto al cane. La ricerca sottolinea come il percorso evolutivo e l’individualità dei soggetti siano fattori determinanti nel modo in cui ogni specie sceglie di interagire con noi.



