Contro ogni previsione, l’India è riuscita in un’impresa colossale: raddoppiare il numero di tigri selvatiche nel giro di un solo decennio. Questo successo non è casuale, ma deriva da un impegno internazionale preso nel 2010 a San Pietroburgo, noto come obiettivo Tx2. L’idea dei Paesi coinvolti era quella di sfruttare dodici anni per invertire la rotta dell’estinzione, puntando al traguardo simbolico del 2022. Oggi i dati pubblicati sulla rivista Science confermano che l’India non solo ha centrato l’obiettivo, ma ospita ormai il 75% della popolazione mondiale di questo felino, con oltre 3.600 esemplari censiti.
Nonostante l’India sia la nazione più popolosa al mondo, il governo è riuscito a riservare alle tigri un’area di oltre 138.000 chilometri quadrati. Il segreto del successo risiede in un equilibrio inaspettato tra economia e conservazione. Lo studio rivela infatti che le tigri prosperano maggiormente negli stati con un maggiore sviluppo economico. In queste zone, la popolazione può permettersi di investire nel turismo legato ai parchi naturali e le autorità sono in grado di risarcire rapidamente i cittadini per eventuali danni causati dagli animali. Al contrario, nelle regioni più povere, la convivenza è più difficile e i conflitti tra uomini e predatori restano una sfida aperta.

Molti immaginano che vivere vicino alle tigri sia un pericolo costante, ma i ricercatori sottolineano una realtà diversa. Sebbene si registrino circa 35 attacchi mortali all’anno, questo numero è irrisorio se confrontato con i decessi causati da incidenti stradali o dai 50.000 morti per morsi di serpente. Paradossalmente, all’interno delle riserve naturali è statisticamente più probabile morire in un incidente d’auto che a causa di una tigre. Questa consapevolezza aiuta a gestire meglio la percezione del rischio e a favorire la protezione dell’habitat, che è cresciuto del 30% dal 2006.
L’esempio indiano sta contagiando altri Paesi. In Thailandia, Cina e Myanmar, le tigri stanno ricominciando a popolare zone forestali da cui erano sparite, mentre il Kazakistan sta preparando il terreno per reintrodurre la specie dopo oltre un secolo di assenza. Anche da Sumatra arrivano notizie incoraggianti, con avvistamenti triplicati rispetto al passato. La strada è ancora lunga, ma i risultati indiani dimostrano che con politiche oculate e il sostegno delle comunità locali, il ritorno del grande predatore non è solo possibile, ma già realtà.



