Questa mattina, giorno del suo 66.mo compleanno, Andrew Mountbatten-Windsor, già noto al mondo come il principe Andrea (nonché ex duca di York), è stato arrestato dalla polizia britannica con l’accusa di abuso d’ufficio nell’esercizio di funzioni pubbliche. Un epilogo che, alla luce degli eventi degli ultimi mesi, in molti si aspettavano, anche se pochi avrebbero immaginato che arrivasse proprio in quella data.
Poco dopo le 8 del mattino (ora locale), almeno sei veicoli non contrassegnati della polizia hanno raggiunto Wood Farm, la residenza in cui l’ex principe si era stabilito dopo aver lasciato la Royal Lodge, all’interno della tenuta di Sandringham nel Norfolk. Circa otto agenti in borghese hanno effettuato l’accesso alla proprietà. Perquisizioni sono state condotte anche in altri indirizzi nel Berkshire.
La Thames Valley Police, che coordina le indagini, ha confermato in una nota ufficiale l’arresto di “un uomo sulla sessantina del Norfolk” senza rivelare il nome, come previsto dalle linee guida nazionali. Il comunicato ha precisato che “l’uomo rimane in custodia della polizia” e ha invitato alla massima cautela nelle pubblicazioni, per non incorrere in oltraggio alla corte.
Al centro dell’inchiesta ci sono le email emerse dagli Epstein Files, il colossale archivio di oltre tre milioni di pagine reso pubblico dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Questi documenti sembrerebbero dimostrare che, tra il 2010 e il 2011, periodo in cui Mountbatten-Windsor ricopriva il ruolo di rappresentante speciale del governo britannico per il commercio e gli investimenti internazionali, l’ex principe avrebbe inoltrato a Epstein informazioni riservate relative a missioni commerciali ufficiali in Paesi come Singapore, Hong Kong e Vietnam. Emergono anche riferimenti a opportunità di investimento in Afghanistan e a dettagli sensibili sul produttore automobilistico Aston Martin.
Il vice direttore della polizia Oliver Wright ha dichiarato che, dopo “una valutazione approfondita”, è stata avviata un’indagine formale, sottolineando l’importanza di proteggerne “l’integrità e l’obiettività”.
La caduta di Andrew Mountbatten-Windsor è stata lenta ma inesorabile. Tutto è iniziato a precipitare nel 2019, quando la sua intervista alla BBC sul rapporto con Epstein, morto in carcere nello stesso anno in attesa di giudizio per traffico sessuale di minori, fu definita dai media di tutto il mondo un vero e proprio disastro mediatico. Nel 2022, la regina Elisabetta II lo aveva già privato dei titoli militari. Poi, nell’ottobre 2025, dopo la pubblicazione postuma delle memorie di Virginia Giuffre, la donna che lo aveva accusato di violenza sessuale e che è deceduta nell’aprile dello stesso anno, il re Carlo III ha avviato il processo formale per revocargli tutti i titoli nobiliari, incluso quello di principe. Da allora è semplicemente Andrew Mountbatten-Windsor.

Nel novembre 2025, la Commissione di Supervisione del Congresso americano lo aveva formalmente invitato a testimoniare sullo scandalo Epstein. Lui non aveva risposto entro la scadenza del 20 novembre. La pressione internazionale è andata crescendo, fino ad arrivare alla mattina di oggi.
Andrew Mountbatten-Windsor ha sempre negato qualsiasi illecito, sia in relazione allo scandalo Epstein che alle accuse mosse da Giuffre. Non ha rilasciato dichiarazioni dopo la pubblicazione dei Epstein Files. Buckingham Palace, da parte sua, ha fatto sapere di non rappresentare più l’ex principe, pur assicurando piena collaborazione con le autorità qualora venisse richiesta.
Il caso rimane aperto. Le indagini sono in corso e gli sviluppi potrebbero essere rapidi. Quello che è certo è che, per la prima volta nella storia recente della monarchia britannica, un membro della famiglia reale si trova in custodia di polizia con un’accusa penale formale.
