In Italia, ogni volta che si parla di referendum abrogativo, torna alla ribalta un termine cruciale: il quorum. Ma cosa significa esattamente e perché rappresenta spesso un ostacolo per chi promuove una consultazione popolare? Il quorum è la soglia minima di partecipazione richiesta affinché un referendum sia valido.
Secondo l’articolo 75 della Costituzione italiana, per i referendum abrogativi, ossia quelli che mirano a cancellare, in tutto o in parte, una legge esistente, è necessario che si rechino alle urne almeno il 50% più uno degli aventi diritto al voto. Se questa soglia non viene raggiunta, la votazione è considerata nulla, indipendentemente dal risultato ottenuto.

L’idea alla base è garantire che decisioni importanti non vengano prese da una minoranza esigua. Tuttavia, nel contesto attuale, il quorum si è trasformato in un’arma a doppio taglio. Da strumento di garanzia democratica, è diventato spesso un mezzo per frenare i referendum stessi. Infatti, una delle strategie più comuni adottate da chi si oppone è invitare all’astensione, sapendo che un’affluenza bassa invaliderà la consultazione.
Dal 1997 in poi, infatti, su numerosi referendum abrogativi, solo in poche occasioni è stato raggiunto il quorum. Un esempio positivo è quello del 2011 su acqua pubblica, nucleare e legittimo impedimento, che ha visto una partecipazione del 54,8%. Tuttavia, molti altri sono falliti a causa della bassa affluenza, spesso inferiore al 30%.
Per questo motivo, dunque, il meccanismo del quorum ha sollevato un acceso dibattito. Alcuni sostengono che sia necessario per evitare che una minoranza imponga la propria volontà alla maggioranza. Altri, invece, ritengono che sia diventato un ostacolo alla democrazia diretta, favorendo l’astensionismo strategico e impedendo ai cittadini di esprimersi su questioni importanti.
In risposta a queste preoccupazioni, alcune proposte di riforma sono state avanzate. Ad esempio, si è discusso della possibilità di abolirlo o di sostituirlo con un quorum di approvazione, che richiederebbe una percentuale minima di voti favorevoli rispetto al totale degli aventi diritto, piuttosto che una soglia di partecipazione.



