Un termine tornato prepotentemente in circolazione dopo decenni di quasi-oblio. E le tensioni in Medio Oriente lo rendono, di nuovo, un rischio concreto per milioni di famiglie europee.
Per capire la stagflazione basta scomporre la parola: nasce dall’unione di stagnazione e inflazione. La stagnazione è quando un’economia smette di crescere, il PIL, cioè la ricchezza prodotta da un paese, si ferma o addirittura arretra. L’inflazione, invece, è quando i prezzi di pane, carburante, bollette e tutto il resto salgono senza sosta. Quando questi due fenomeni si presentano insieme, il risultato è particolarmente devastante: chi lavora guadagna di meno in termini reali, chi cerca lavoro fatica a trovarlo, e i risparmi si erodono giorno dopo giorno.
Perché è diversa dalla semplice inflazione
In condizioni normali, l’inflazione è il segnale di un’economia in movimento: la domanda cresce, la gente compra, le aziende producono di più e i prezzi salgono. Un certo grado di inflazione è persino considerato sano. La stagflazione, invece, ribalta tutto: i prezzi aumentano non perché si compra di più, ma perché si produce di meno o perché le materie prime costano troppo. È la cosiddetta inflazione da offerta, e i rimedi tradizionali non funzionano, anzi, spesso peggiorano la situazione.
Gli economisti se ne accorsero per la prima volta negli anni Settanta, quando il blocco delle forniture di petrolio da parte dell’OPEC, nel 1973, fece impennare il prezzo del greggio in tutto il mondo. La produzione industriale crollò, la disoccupazione salì, ma i prezzi non scesero affatto.

Oggi: il Medio Oriente riaccende un vecchio allarme
L’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran ha riportato questo scenario al centro del dibattito europeo. Il vicepresidente della Commissione Europea Valdis Dombrovskis ha evocato esplicitamente il rischio di stagflazione per il continente, nel caso in cui l’instabilità energetica dovesse prolungarsi. Le borse hanno già tremato, Milano ha perso il 7% in una settimana, mentre il prezzo del petrolio ha mostrato forte volatilità.
La Commissione Europea ha cercato di rassicurare: tutti gli Stati membri dispongono per legge di riserve strategiche di energia per 90 giorni, e la rete di forniture è più diversificata di quanto non fosse nel 2022, quando la crisi del gas russo colpì duramente l’Europa intera. I ministri delle Finanze del G7 hanno discusso la possibilità di rilasciare riserve di greggio sul mercato per stabilizzare i prezzi.
Non tutti, però, condividono questo ottimismo. Franco Bernabè, ex amministratore delegato di Eni, ha definito lo scenario attuale veramente drammatico, avvertendo che prima o poi l’Europa dovrà tornare a trattare la questione del gas russo per garantire forniture stabili nel lungo periodo. Nel frattempo, in Italia il Ministero delle Imprese ha già convocato la Commissione di allerta rapida sui carburanti per monitorare eventuali rincari speculativi nei distributori.
Cosa succede se arriva davvero
Il problema con la stagflazione è che non esiste una cura indolore. Se la banca centrale alza i tassi d’interesse per frenare l’inflazione, il credito diventa più caro, le imprese investono meno e la disoccupazione aumenta ulteriormente. Se invece si stimola l’economia con misure di sostegno, i prezzi salgono ancora. È una trappola a doppio fondo, e uscirne richiede tempo, coordinamento internazionale e, spesso, una buona dose di fortuna geopolitica.
Quello che è certo è che la storia insegna: ogni volta che la stabilità energetica globale viene messa in discussione, il fantasma degli anni Settanta ritorna. E questa volta, con un’economia mondiale ancora più interconnessa, le conseguenze potrebbero farsi sentire molto più in fretta.



