Mercoledì scorso oltre 200 persone hanno perso la vita nel crollo di una miniera di coltan a Rubaya, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Il portavoce del governatore provinciale, Lubumba Kambere Muyisa, ha confermato la tragedia all’agenzia Reuters. Non è un incidente qualunque: quella miniera produce da sola il 15% del coltan mondiale, e da due anni è controllata dal gruppo ribelle AFC/M23. Gli operai scavano ancora a mano, guadagnando pochi dollari al giorno, in condizioni estremamente pericolose.
Probabilmente non ne avete mai sentito parlare, eppure il coltan è dentro il vostro smartphone, nel vostro computer, nelle console di gioco. È uno di quei materiali che utilizziamo ogni giorno senza saperlo. Il nome è un’abbreviazione di columbite-tantalite: si tratta di un minerale da cui si estrae il tantalio, un metallo preziosissimo per l’industria tecnologica.
Il tantalio ha una caratteristica fondamentale: resiste alle alte temperature e permette di ottimizzare il consumo energetico nei chip elettronici. Questo significa batterie che durano di più, dispositivi più efficienti, componenti più compatti. Per questo viene utilizzato in cellulari, telecamere, computer, ma anche in componenti aerospaziali e turbine a gas. Si dice che nel 2000 la difficoltà nel trovare la PlayStation 2 in Italia fosse legata proprio a problemi nel reperimento di questo minerale.
La particolarità del coltan è la sua distribuzione geografica: l’80% delle riserve mondiali si trova in Congo, un Paese grande quanto l’Europa occidentale che custodisce anche cobalto, rame, diamanti, oro e stagno. Il valore del minerale dipende dalla percentuale di tantalite contenuta, e quello congolese è particolarmente ricco. Proprio per questo le industrie tecnologiche ne hanno bisogno.

Il prezzo è instabile: nel 1998 valeva 2 dollari al chilo, nel 2004 raggiunse i 600 dollari durante un picco di domanda, oggi oscilla tra 100 e 150 dollari al chilogrammo. Con la transizione energetica e la diffusione di eolico e solare, la richiesta di questi “minerali critici” è esplosa. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, tra il 2024 e il 2030 la domanda potrebbe raddoppiare, ma anche triplicare o quadruplicare se i Paesi raggiungeranno i loro obiettivi climatici.
Da oltre 30 anni le ricchezze minerarie del Congo alimentano conflitti tra gruppi etnici e con i Paesi vicini. Gruppi ribelli come l’M23 hanno preso il controllo di aree estrattive strategiche, introducendo materiali di contrabbando nel mercato globale. Un rapporto presentato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel luglio 2025 ha lanciato l’allarme: “Il contrabbando di minerali dall’est della Repubblica Democratica del Congo al Ruanda ha raggiunto livelli senza precedenti”.
Il Ruanda, paradossalmente, è diventato uno dei maggiori esportatori mondiali di coltan pur non avendo giacimenti sul proprio territorio. Il meccanismo è chiaro: il minerale viene estratto illegalmente in Congo, contrabbandato oltre confine e poi venduto legalmente alle industrie produttrici di componenti elettronici.
Nel 2002 l’ONU accusò le compagnie impegnate nello sfruttamento delle risorse naturali congolesi di favorire indirettamente i conflitti civili nell’area. La situazione non è migliorata: il controllo dei minerali critici resta al centro di una contesa regionale che costa vite umane.
L’estrazione del coltan non richiede tecnologie sofisticate, e le milizie che controllano i giacimenti sfruttano manodopera minorile. Un rapporto di Medici Senza Frontiere ha documentato che molti di questi lavoratori, praticamente ridotti in schiavitù, muoiono di fatica o sviluppano gravi malattie legate all’esposizione al minerale: problemi cardiaci e vascolari, danni cerebrali e cutanei, riduzione della produzione di cellule del sangue, danneggiamento dell’apparato digerente, aumento del rischio di cancro, difetti genetici nei figli, malattie del sistema linfatico.
Per curare queste patologie servirebbero medicine e assistenza medica che queste persone non possono permettersi, e che spesso non sono nemmeno disponibili nel Paese.



