Il dato diventa ancora più rilevante se confrontato con quello della generazione precedente: soltanto il 12% dei baby boomer maschi (nati tra il 1946 e il 1964) condivide la convinzione che le donne non dovrebbero apparire troppo indipendenti o autosufficienti. Tra i giovani della Gen-Z, quella percentuale sale al 25%. In pratica, il doppio.
Sarebbe comodo liquidare la questione come un problema di culture lontane. Ma i dati sono la media aritmetica di Paesi come Stati Uniti, Francia, Germania, Svezia, Italia e Australia: nazioni che nel dopoguerra hanno costruito l’ossatura normativa dei diritti delle donne. Eppure, il 21% dei giovani uomini intervistati ritiene che una “vera donna” non debba mai prendere l’iniziativa in campo sentimentale o sessuale — una convinzione condivisa da appena il 7% dei loro padri e nonni. Il 43%, inoltre, concorda che i giovani maschi debbano sforzarsi di apparire fisicamente forti anche se non lo sono per natura: un chiaro segnale di quanto la pressione verso una mascolinità rigida sia tornata a farsi sentire.
Anche il tema della cura dei figli mostra una polarizzazione netta: la quota di chi giudica “meno uomo” un padre che resta a casa ad accudire i bambini è passata dal 12% tra i baby boomer al 28% tra i più giovani. Un’inversione di tendenza che sorprende, specie in un’epoca in cui il congedo di paternità è formalmente riconosciuto in quasi tutti i Paesi dello studio.

Il quadro non è privo di contraddizioni. La stessa generazione che vuole la moglie obbediente è anche quella che trova le donne di successo professionale più attraenti: il 41% degli uomini Gen-Z la pensa così. Un cortocircuito che rivela quanto le convinzioni sui ruoli di genere siano frammentate, spesso coesistenti nello stesso individuo, e non riconducibili a un modello lineare.
Il fenomeno non risparmia neppure le giovani donne: tra le ragazze Gen-Z, il 18% condivide visioni tradizionaliste sui ruoli di coppia, contro il 6% delle baby boomer. Meno dei coetanei maschi, certo, ma il trend è identico.
A spiegare questa regressione generazionale concorrono più fattori. L’ex premier australiana Julia Gillard, oggi presidente del Global Institute for Women’s Leadership, ha sottolineato la necessità di “sfatare l’idea di un gioco a somma zero, in cui la parità di genere avvantaggerebbe soltanto le donne”. I sociologi, invece, puntano il dito contro gli algoritmi delle piattaforme social, capaci di amplificare contenuti polarizzanti che contrappongono uomini e donne anziché favorire una narrazione di collaborazione. A questo si aggiunge l’incertezza economica: in un contesto di precarietà lavorativa e aspirazioni frustrate, i modelli di mascolinità più rigidi offrono un’identità rassicurante, anche se regressiva.



