Oggi, 9 aprile 2026, nel corso di un’informativa alla Camera sull’azione di governo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha lanciato un messaggio preciso all’Europa: se il conflitto in Medio Oriente dovesse aggravarsi ulteriormente, non dovrebbe essere un tabù ragionare sulla sospensione temporanea del patto di stabilità e crescita. Non come deroga concessa a un singolo Stato membro, ha specificato, ma come provvedimento generalizzato, analogo a quello adottato durante la pandemia. La “cosa” che farebbe scattare questa misura è una nuova escalation della crisi iraniana, con le sue inevitabili ricadute sui prezzi dell’energia.
Per capire la portata di questa dichiarazione, occorre partire da cosa sia effettivamente il patto di stabilità e da quanto pesi sull’Italia oggi.
Il Patto di Stabilità e Crescita è un accordo internazionale sottoscritto nel 1997 dagli Stati membri dell’Unione europea. Il suo scopo originario era garantire la disciplina nei conti pubblici nazionali, fissando due soglie diventate celebri: un deficit pubblico non superiore al 3% del PIL e un debito pubblico al di sotto del 60%. Chi supera questi limiti rischia di essere sottoposto a una procedura per deficit eccessivo, che può culminare in sanzioni finanziarie.
Dopo la sospensione pandemica e una lunga negoziazione, il patto è stato riformato nel 2024 con regole più articolate, ma anche più impegnative per i Paesi ad alto debito come l’Italia. Per gli Stati il cui rapporto debito/PIL supera il 90%, la riduzione annua richiesta equivale a circa un punto percentuale di PIL, una cifra nell’ordine dei 20 miliardi di euro ogni anno.

L’Italia parte già da una posizione delicata. Il deficit 2025 si è attestato al 3,1%, appena sopra la soglia critica del 3%, e il debito pubblico si aggira intorno al 140% del PIL. In questo scenario, la Banca d’Italia ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita, stimando un PIL in aumento di appena lo 0,5% nell’anno in corso, con il rischio concreto di una crescita zero o addirittura negativa se il conflitto in Iran dovesse prolungarsi e i prezzi di petrolio e gas rimanessero elevati a lungo.
È precisamente questo lo sfondo che ha spinto Meloni a evocare la possibilità di una sospensione del patto davanti al Parlamento. La premier ha inquadrato la crisi energetica legata alla guerra in Medio Oriente come uno choc esterno di portata eccezionale, non assimilabile all’ordinaria gestione dei conti pubblici. In particolare, ha sottolineato che il pieno ripristino della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz resta uno dei nodi più critici della situazione: se l’Iran ottenesse la facoltà di imporre extradazi sui transiti in quello specchio d’acqua, le conseguenze economiche per l’intera Europa sarebbero difficilmente prevedibili.
Sul versante dei prezzi interni, il governo ha già adottato misure urgenti: prorogato il taglio delle accise su diesel e benzina e approvato crediti d’imposta per i trasporti e la pesca. L’Europa, tuttavia, frena. La Commissione europea, per bocca del vicepresidente Stéphane Séjourné, ha già fatto sapere di non ritenere praticabile, almeno per il momento, la sospensione del patto. A Bruxelles circola anche la preoccupazione che un allentamento fiscale generalizzato potrebbe paradossalmente aggravare la crisi energetica, stimolando una domanda di energia che l’offerta, in questo momento, non è in grado di soddisfare.



