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Home » Attualità » “Donna, vita, libertà” cosa vuol dire lo slogan che i protestanti in Iran gridano con orgoglio

“Donna, vita, libertà” cosa vuol dire lo slogan che i protestanti in Iran gridano con orgoglio

Dalle montagne del Kurdistan alle piazze di Teheran: la storia di "Donna, vita, libertà", lo slogan che ha unito la lotta delle donne iraniane contro l'oppressione.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino12 Gennaio 2026
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ragazza accende sigaretta con foto Khamenei
ragazza accende sigaretta con foto Khamenei

Tre parole in lingua curda sono diventate il simbolo della resistenza femminile nel XXI secolo. “Donna, vita, libertà”, in curdo Jin, Jîyan, Azadî, è molto più di uno slogan: è un grido che attraversa confini e culture, portando con sé decenni di lotta per i diritti umani.

La storia inizia alla fine del Novecento, tra le comunità curde oppresse dai governi di Iran, Iraq, Turchia e Siria. Le attiviste curde furono le prime a gridare queste parole, affermando un principio rivoluzionario: la liberazione delle donne è inseparabile dalla libertà di tutti. Abdullah Öcalan, leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, contribuì a diffondere lo slogan attraverso i suoi scritti che collegavano la lotta anti-patriarcale a quella anti-capitalista, sviluppando una teoria chiamata “gineologia” che ripensava il ruolo femminile nella società.

Il momento decisivo arrivò con la guerra contro l’ISIS. Le combattenti delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ) gridarono Jin, Jîyan, Azadî sui campi di battaglia mentre difendevano i loro territori dai jihadisti. Quelle tre parole rappresentavano non solo una richiesta politica, ma un’affermazione di esistenza contro chi voleva cancellarle.

Dal 2015 lo slogan iniziò a varcare i confini del Kurdistan. Risuonò nelle manifestazioni europee contro la violenza sulle donne, poi nel 2018 sul red carpet del Festival di Cannes, quando il cast del film “Les filles du soleil” lo gridò davanti alle telecamere internazionali.

Il vero punto di svolta globale arrivò nel settembre 2022. Mahsa Amini, una giovane donna curda di 22 anni, morì dopo essere stata arrestata dalla polizia morale iraniana per non aver indossato correttamente il velo. I suoi sostenitori credono sia stata picchiata a morte. Ai suoi funerali a Saqqez, città curda del Kurdistan iraniano, lo slogan riecheggiò per la prima volta nelle proteste contro il regime.

Da quella città si propagò rapidamente in tutto il Paese. Il 21 settembre gli studenti dell’Università di Teheran lo gridarono nella capitale, trasformandolo nel simbolo unificante della rivolta. All’Università di scienze mediche di Shiraz, gli studenti crearono persino una variante: “Donna, vita, libertà; uomo, patria, prosperità”, ampliando il messaggio a una visione di cambiamento sociale complessivo.

Le manifestazioni si espansero oltre i confini iraniani. In centinaia di città del mondo, da Parigi a New York, migliaia di persone scandirono lo slogan in persiano, curdo e nelle lingue locali. Il quotidiano francese Libération dedicò la prima pagina allo slogan scritto in caratteri persiani, rendendo visibile l’impatto culturale globale del movimento.

La musica divenne veicolo di protesta: il cantante iraniano Shervin Hajipour utilizzò lo slogan nelle parole finali di “Baraye”, che divenne l’inno delle manifestazioni. Il brano ottenne successo mondiale istantaneo, fino all’arresto di Hajipour il giorno dopo. Il 1º ottobre 2022, “Baraye” fu cantata in circa 150 città del mondo durante le proteste.

Anche chi sostenne pubblicamente lo slogan pagò un prezzo alto. L’attrice iraniana Taraneh Alidoosti fu arrestata nel dicembre 2022 dopo aver diffuso una foto con un cartello che riportava “Donna, vita, libertà”. Il suo caso divenne simbolo della repressione contro chiunque osasse sfidare il regime.

Lo slogan raggiunse anche altri contesti di oppressione: il 20 settembre 2022 donne afghane lo gridarono in una manifestazione a sostegno delle proteste iraniane, creando un collegamento tra diverse lotte per i diritti femminili sotto regimi autoritari.

Dopo quattro mesi di repressione brutale – con oltre 500 morti e 19.400 arresti – il governo riuscì a svuotare le strade, ma non a spegnere la resistenza. Le donne iraniane spostarono la lotta verso atti simbolici altamente visibili: apparire senza hijab nelle università, far cadere i turbanti ai religiosi per strada, partecipare a maratone senza velo. Casi estremi di protesta, come quello di Ahou Daryaei che si spogliò all’Università Azad di Teheran, mostrarono la radicalizzazione della sfida.

Oggi una nuova forma di protesta circola sui social media: giovani donne riprese mentre bruciano il ritratto dell’Ayatollah Ali Khamenei e usano le fiamme per accendere sigarette. Il gesto unisce due sfide: il rifiuto dell’autorità della Guida suprema e la violazione delle rigide regole sociali che stigmatizzano il fumo femminile.

La caratteristica straordinaria di questa protesta è che coinvolge tutte le generazioni. Le manifestazioni “Donna, Vita, Libertà” raggiunsero persino le scuole, dove le studentesse si riunivano nei cortili scandendo slogan contro il regime, evento senza precedenti nei quasi cinque decenni dalla Rivoluzione islamica del 1979.

La risposta del governo fu brutale: arresti di massa seguiti da episodi inquietanti. Nel 2023, più di 800 studentesse furono avvelenate nelle scuole di almeno 15 città iraniane. Le ragazze si ammalavano improvvisamente con problemi respiratori, palpitazioni cardiache e perdita di coscienza. Il Ministero della Salute confermò l’uso di un “veleno molto lieve”, e un viceministro dichiarò che “alcuni individui volevano che tutte le scuole, soprattutto quelle femminili, venissero chiuse”, per poi ritrattare il giorno dopo. I responsabili non sono mai stati identificati.

“Donna, vita, libertà” è diventato un fenomeno linguistico e politico unico: uno slogan nato da una specifica esperienza di resistenza curda che ha trasceso il suo contesto originario per diventare linguaggio universale. La sua forza sta nella semplicità della formulazione e nella profondità del significato: tre elementi interconnessi che sfidano simultaneamente l’oppressione di genere, la negazione dei diritti fondamentali e l’autoritarismo politico.

Dal Kurdistan alle strade di Teheran, dalle piazze europee ai social media globali, Jin, Jîyan, Azadî continua a risuonare ovunque ci siano persone che rivendicano il diritto all’autodeterminazione. Quelle tre parole curde hanno dimostrato che la lingua della libertà non ha bisogno di traduzione per essere compresa.

 

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