
Il nome su cui si concentra maggiore attenzione è quello di Ali Larijani, Segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale. È lui il principale garante della sopravvivenza istituzionale della Repubblica islamica nella fase critica attuale.
Tra i possibili candidati alla successione permanente figurano anche il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e l’ex presidente moderato Hassan Rouhani. Non sono escluse sorprese: l’Assemblea degli Esperti potrebbe indicare figure come Mojtaba Khamenei, figlio dell’ex Guida Suprema, oppure l’ex presidente riformista Mohammad Khatami.
Le minacce alla stabilità iraniana non vengono soltanto dall’esterno. Le comunità curde del Nord Ovest stanno organizzandosi in una coalizione che potrebbe avanzare richieste di autonomia sul modello del Kurdistan iracheno. In questo scenario, la Turchia potrebbe approfittare dell’indebolimento del controllo di Teheran sulle province di Sanandaj e Kermanshah. Analogamente, la minoranza araba nella provincia del Khuzestan ha già dato segnali di voler reclamare più autonomia, dopo anni di manifestazioni di dissenso.
Sul fronte degli oppositori al regime, il quadro è frammentato. I Mojahedin-e Khalq (MEK) sono stati attivi nelle manifestazioni delle ultime settimane, ma non godono di consenso popolare. Lo stesso vale per formazioni di sinistra come il partito comunista Tudeh, viste con diffidenza dai giovani iraniani. Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, ha cercato di posizionarsi come punto di riferimento dell’opposizione, ma la sua figura è divisiva: riportare l’orologio al periodo precedente alla Rivoluzione del 1979 è un’ipotesi che una parte significativa degli iraniani rifiuta.
Sul piano internazionale, Cina e Russia hanno mantenuto un profilo basso, nonostante la recente esercitazione militare congiunta con Teheran. I pasdaran, nel frattempo, hanno risposto con raid contro 27 basi statunitensi nella regione e attacchi su Tel Aviv, Abu Dhabi, Dubai, Kuwait e Doha. La chiusura dello Stretto di Hormuz, se confermata, avrà ripercussioni importanti sui commerci globali nel Golfo Persico.
Donald Trump ha dichiarato di avere già in mente un piano per il dopo-Khamenei, evocando il precedente del Venezuela e la caduta di Nicolás Maduro. Tuttavia, uno scenario di questo tipo non si è ancora materializzato. La resilienza del sistema degli ayatollah potrebbe prolungare il conflitto ben oltre i tempi che la Casa Bianca vorrebbe. E un’operazione di terra, con dispiegamento di truppe americane, risulterebbe politicamente insostenibile per la base MAGA di Trump, tradizionalmente contraria alle avventure militari in Medio Oriente.



