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Home » Attualità » Il dopo Khamenei è un rebus esplosivo: chi comanda ora nell’Iran colpito al cuore?

Il dopo Khamenei è un rebus esplosivo: chi comanda ora nell’Iran colpito al cuore?

Con l'eliminazione della Guida Suprema nei raid del 28 febbraio, la Repubblica islamica affronta la crisi di successione più difficile della sua storia.
RedazioneDi Redazione2 Marzo 2026
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Alì Khamenei
Alì Khamenei
La morte di Ali Khamenei, avvenuta il 28 febbraio 2026 all’età di 86 anni durante i raid congiunti israeliani e statunitensi su Teheran, ha spalancato una delle fasi più incerte nella storia della Repubblica islamica dell’Iran. Insieme a lui hanno perso la vita sua figlia, suo genero e un nipote. La rete di forze anti-israeliane sostenuta da Teheran ha perso tutti i suoi vertici nel giro di meno di due anni. Nei medesimi attacchi sono rimaste uccise oltre 200 persone, tra cui 148 studentesse colpite mentre si trovavano in una scuola elementare a Minab, nella provincia dell’Hormozgan. I raid continuano. Il mondo osserva. E dentro i confini iraniani si consuma una transizione che nessuno sa ancora come finirà.
La Costituzione iraniana affida all’Assemblea degli Esperti, un organismo composto da 88 membri eletti, il compito di designare il nuovo leader supremo. Ma nell’immediato, già prima della propria morte, Khamenei aveva provveduto a strutturare una catena di comando di emergenza, indicando quattro livelli di sostituti militari e governativi.
Ali Khamenei
Ali Khamenei (YouTube)
In questa fase, la guida suprema ad interim è stata affidata all’ayatollah Alireza Arafi, membro del Consiglio dei Guardiani, all’interno di un Consiglio di transizione che include anche il presidente della Repubblica Massoud Pezeshkian e il capo della magistratura Gholamhossein Ejei. Il vicepresidente Mohammad Reza Aref ha dichiarato che quello che l’Iran sta attraversando sono “giorni di lutto, ma non di lutto passivo”.

Il nome su cui si concentra maggiore attenzione è quello di Ali Larijani, Segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale. È lui il principale garante della sopravvivenza istituzionale della Repubblica islamica nella fase critica attuale.

Tra i possibili candidati alla successione permanente figurano anche il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e l’ex presidente moderato Hassan Rouhani. Non sono escluse sorprese: l’Assemblea degli Esperti potrebbe indicare figure come Mojtaba Khamenei, figlio dell’ex Guida Suprema, oppure l’ex presidente riformista Mohammad Khatami.

Le minacce alla stabilità iraniana non vengono soltanto dall’esterno. Le comunità curde del Nord Ovest stanno organizzandosi in una coalizione che potrebbe avanzare richieste di autonomia sul modello del Kurdistan iracheno. In questo scenario, la Turchia potrebbe approfittare dell’indebolimento del controllo di Teheran sulle province di Sanandaj e Kermanshah. Analogamente, la minoranza araba nella provincia del Khuzestan ha già dato segnali di voler reclamare più autonomia, dopo anni di manifestazioni di dissenso.

Sul fronte degli oppositori al regime, il quadro è frammentato. I Mojahedin-e Khalq (MEK) sono stati attivi nelle manifestazioni delle ultime settimane, ma non godono di consenso popolare. Lo stesso vale per formazioni di sinistra come il partito comunista Tudeh, viste con diffidenza dai giovani iraniani. Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, ha cercato di posizionarsi come punto di riferimento dell’opposizione, ma la sua figura è divisiva: riportare l’orologio al periodo precedente alla Rivoluzione del 1979 è un’ipotesi che una parte significativa degli iraniani rifiuta.

Sul piano internazionale, Cina e Russia hanno mantenuto un profilo basso, nonostante la recente esercitazione militare congiunta con Teheran. I pasdaran, nel frattempo, hanno risposto con raid contro 27 basi statunitensi nella regione e attacchi su Tel Aviv, Abu Dhabi, Dubai, Kuwait e Doha. La chiusura dello Stretto di Hormuz, se confermata, avrà ripercussioni importanti sui commerci globali nel Golfo Persico.

Donald Trump ha dichiarato di avere già in mente un piano per il dopo-Khamenei, evocando il precedente del Venezuela e la caduta di Nicolás Maduro. Tuttavia, uno scenario di questo tipo non si è ancora materializzato. La resilienza del sistema degli ayatollah potrebbe prolungare il conflitto ben oltre i tempi che la Casa Bianca vorrebbe. E un’operazione di terra, con dispiegamento di truppe americane, risulterebbe politicamente insostenibile per la base MAGA di Trump, tradizionalmente contraria alle avventure militari in Medio Oriente.

 

 

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