È iniziato martedì 14 aprile a San Isidro, nella periferia nord di Buenos Aires, il secondo processo sulla morte di Diego Armando Maradona. Sette membri del team medico che lo assisteva sono accusati di omicidio aggravato per negligenza: rischiano pene comprese tra gli 8 e i 25 anni di carcere. Il Pibe de Oro è morto il 25 novembre 2020 all’età di 60 anni, due settimane dopo essere stato operato per un coagulo cerebrale.
L’accusa, rappresentata dal pubblico ministero Patricio Ferrari, ha definito il team medico “un gruppo di dilettanti” che ha commesso “ogni tipo di omissione”, creando condizioni di cura che ha descritto come “crudeli”. Secondo Ferrari, Maradona ha iniziato a morire 12 ore prima del decesso effettivo. “Chiunque avesse pensato di trasferirlo in una clinica con un’auto o un’ambulanza durante la sua ultima settimana gli avrebbe salvato la vita”, ha dichiarato il procuratore all’apertura del processo.
La morte dell’ex campione è stata causata da insufficienza cardiaca ed edema polmonare acuto, una condizione in cui il fluido si accumula nei polmoni. L’autopsia ha rivelato dettagli drammatici: il cuore di Maradona pesava il doppio di uno normale e funzionava soltanto al 38% della sua capacità. Come aveva dichiarato il suo ex avvocato Matias Morla: “Gli è esploso il cuore”, tanto si era ingrossato.
Gli ultimi giorni di vita del fuoriclasse argentino sono stati un calvario. Maradona si trovava in convalescenza in una casa in affitto a San Andres di Tigre, dove era stato sistemato in una stanza dietro la cucina. Lo spazio era angusto: conteneva appena un letto, un gabinetto chimico, una poltrona e un televisore. Le finestre erano coperte con assi di legno per impedire che qualcuno potesse vederlo dall’esterno. Un ambiente che l’accusa ha definito del tutto inadeguato per le cure di un paziente nelle sue condizioni.
Fernando Burlando, avvocato delle figlie Dalma e Gianinna, ha esibito in aula uno stetoscopio come simbolo della negligenza medica. “Questo piccolo strumento, così importante per la medicina, non è mai stato posizionato sul petto di Maradona tra l’11 e il 25 novembre”, ha affermato, riferendosi alle due settimane precedenti la morte. Secondo le testimonianze raccolte, il campione del Napoli e della Nazionale argentina era stato devastato da psicofarmaci e sostanze stupefacenti, al punto che negli ultimi video circolati prima del decesso faticava persino a tenere le posate in mano.
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L’ex avvocato Morla aveva definito “folle” la decisione della famiglia di far proseguire la convalescenza a casa invece che in ospedale. “Quando sono entrato a casa sua, aveva un volto strano, robotico. In seguito ho capito che era a causa dell’acqua trattenuta dal suo corpo”, aveva rivelato. Emerge anche un episodio inquietante: durante il ricovero nella clinica Olivos, poco prima del trasferimento a casa, Maradona avrebbe chiesto a un infermiere di scambiarsi i vestiti per poter scappare. Alla domanda sul perché volesse andarsene, rispose: “Vorrei prendermi una vacanza da Maradona”.
Sul banco degli imputati siedono il medico personale Leopoldo Luque, gli infermieri Ricardo Omar Almiron e Dahiana Gisela Madrid, il coordinatore Mariano Perroni, la dottoressa Nancy Forlini che stabilì il ricovero, lo psicologo Carlos Angel Diaz e la psichiatra Agustina Cosachov. Tutti sono accusati di aver perseguito un corso d’azione pur sapendo che avrebbe potuto condurre alla morte, in particolare la decisione di consentire la convalescenza domiciliare invece del ricovero ospedaliero.
La difesa sostiene che Maradona sia morto per cause naturali. “La difesa proverà che, sfortunatamente, la morte del signor Maradona è dovuta a un progressivo declino della sua salute che a un certo punto ha raggiunto il limite”, ha dichiarato Vadim Mischanchuk, avvocato della psichiatra Cosachov. Il riferimento è alla lunga storia di abuso di cocaina e alcol del campione.
Il processo, che si svolge davanti a un’aula gremita, durerà almeno fino a luglio. Sono previste le testimonianze di circa 120 testimoni. In tribunale erano presenti le figlie Dalma, Gianinna e Jana, insieme all’ex compagna Veronica Ojeda. “Abbiamo fiducia nella giustizia”, ha detto Ojeda ai giornalisti. “È ciò di cui abbiamo tutti bisogno: giustizia per Diego. Vogliamo vivere in pace e che Diego riposi in pace”.
Fuori dal tribunale, una cinquantina di persone con bandiere argentine e cartelli chiedevano giustizia per “D10s”, un gioco di parole tra il numero 10 della maglia di Maradona e “dios”, la parola spagnola per Dio. La morte dell’uomo che aveva portato l’Argentina alla vittoria del Mondiale 1986 e il Napoli a due storici scudetti aveva gettato il paese sudamericano nel lutto più profondo, nel pieno della pandemia di Covid-19. Decine di migliaia di persone avevano fatto la fila per salutarlo mentre il suo corpo era esposto nella Casa Rosada, il palazzo presidenziale di Buenos Aires.
Il primo processo era stato clamorosamente annullato lo scorso anno dopo due mesi e mezzo di udienze, quando era emerso che uno dei giudici aveva partecipato a un documentario clandestino sul caso. Ora l’Argentina cerca di nuovo risposte sulla morte di uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi, un uomo che negli ultimi giorni di vita non riusciva nemmeno più a camminare se non sostenuto a braccio, ridotto a vivere in condizioni che nessuno dovrebbe mai affrontare.



