Si è spenta all’età di 87 anni una delle figure più oscure e potenti della criminalità organizzata siciliana. Benedetto “Nitto” Santapaola, storico capomafia di Catania, è deceduto per cause naturali presso l’ospedale “San Paolo” di Milano. Il boss si trovava ricoverato dal 25 febbraio scorso a causa dell’aggravarsi di una forma severa di diabete che lo affliggeva da tempo. Nonostante il decesso sia avvenuto in una struttura sanitaria, la Procura di Milano ha ritenuto opportuno disporre l’autopsia per fugare ogni dubbio sulle dinamiche della morte.
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Nato a Catania nel 1938, Santapaola non è stato un mafioso comune. Soprannominato “il cacciatore” per la sua passione venatoria, seppe coniugare la ferocia militare con un’insospettabile capacità di infiltrazione sociale. Negli anni Settanta, agendo come un vero e proprio “boss imprenditore”, riuscì a inaugurare concessionarie d’auto di lusso frequentate dalle massime autorità cittadine, dai prefetti agli arcivescovi, costruendo una rete di relazioni che garantiva al suo clan, la famiglia Santapaola-Ercolano, il controllo totale sugli appalti pubblici e sulle estorsioni nel territorio etneo.
Mentre curava la sua immagine pubblica, Nitto Santapaola scatenava guerre di mafia senza precedenti. Tra gli anni Ottanta e Novanta, la faida contro i clan rivali (come i Cursoti e i Cappello) lasciò sul campo oltre 220 morti in soli due anni. Sebbene alleato dei Corleonesi di Totò Riina, Santapaola mantenne sempre una propria autonomia strategica: sostenne la stagione delle bombe, ma si oppose ai delitti eccellenti nel catanese per evitare che l’attenzione dello Stato soffocasse i suoi affari.
Il suo nome resterà per sempre legato alle pagine più tragiche della storia italiana. È stato infatti condannato definitivamente all’ergastolo come mandante della Strage di Capaci (maggio 1992) e della Strage di via D’Amelio, oltre che per l’omicidio del giornalista Giuseppe Fava nel 1984 e dell’ispettore Giovanni Lizzio.
La fuga di Santapaola terminò all’alba del 18 maggio 1993. Dopo undici anni nell’ombra, i carabinieri lo scovarono in un casolare a Mazzarrone, nelle campagne siciliane. Al suo fianco c’era la moglie, Carmela Minniti, figura centrale nella sua vita, assassinata poi per vendetta nel 1995 da un collaboratore di giustizia.
Dall’arresto fino alla morte, il boss è rimasto detenuto sotto il regime del 41 bis nel carcere di Opera. Nonostante le ripetute istanze legali per ottenere i domiciliari o il trasferimento in strutture mediche per motivi di salute, i giudici hanno sempre confermato la sua pericolosità sociale, ritenendo che fosse ancora in grado di gestire le redini del clan anche dietro le sbarre. Con la sua scomparsa si chiude definitivamente uno dei capitoli più violenti dell’egemonia di Cosa Nostra in Sicilia orientale.



