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Home » Attualità » “Non è la nostra guerra”: dopo l’attacco a Erbil, l’Italia accelera il ritiro silenzioso dall’Iraq

“Non è la nostra guerra”: dopo l’attacco a Erbil, l’Italia accelera il ritiro silenzioso dall’Iraq

Dopo l'attacco che ha colpito la base italiana di Campo Singala a Erbil, l'Italia ritira il contingente in sordina.
RedazioneDi Redazione13 Marzo 2026
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soldato con le mani giunte
soldato con le mani giunte (FreePik)

Nella notte tra mercoledì e giovedì un drone ha centrato i prefabbricati di Campo Singala, la base principale del contingente militare italiano in Iraq, situata nei pressi dell’aeroporto internazionale di Erbil, nel Kurdistan iracheno. I circa 120 soldati presenti erano già al sicuro nei bunker, allertati quattro ore prima dell’impatto. Nessun ferito, nessuna vittima: il velivolo ha distrutto il ristorante della base, soprannominato “Il Fortino”, e incendiato alcuni automezzi parcheggiati nelle vicinanze. L’attacco ha però accelerato una decisione già in corso, l’Italia sta lasciando l’Iraq: il contingente militare, presente nella regione dal 2003, si sta ritirando in silenzio, senza annunci ufficiali.

stivali militari
Militari che marciano (fonte: Unsplash)

L’attacco non è stato un episodio isolato. Le basi della coalizione internazionale vengono prese di mira quasi ogni giorno, ma questa volta qualcosa è cambiato: il drone non è stato abbattuto. Sembra che volasse a quote bassissime, rasoterra, replicando la tattica con cui i russi colpiscono le postazioni ucraine usando versioni aggiornate dei droni iraniani Shahed. Sfiorando il suolo, questi velivoli ingannano i radar e si avventano sull’obiettivo prima che le difese possano intervenire.

Chi ha attaccato? La risposta a questa domanda complica ulteriormente uno scenario già instabile. Secondo esperti locali e fonti d’intelligence della coalizione occidentale, a lanciare droni e razzi sul Kurdistan iracheno non sarebbe direttamente l’Iran, ma le milizie sciite irachene legate ai Pasdaran. Si stima che oltre 300 tra droni e razzi siano stati tirati verso Erbil e dintorni, e che due terzi di essi provengano proprio da queste milizie, non da Teheran. Tra i gruppi sospettati figura la Saraya Awliya al-Dam, affiancata da formazioni come i Kataib Hezbollah e gli Harakat al-Nujab: complessivamente quasi 200.000 combattenti, stipendiati dal governo di Baghdad ma fedeli alla Repubblica Islamica.

Il paradosso storico è stridente: questi stessi gruppi avevano combattuto fianco a fianco con le forze speciali americane e curde durante la lunga battaglia di Mosul del 2016-2017, contribuendo a sconfiggere l’Isis. Meno di dieci anni dopo, bersagliano le basi degli ex alleati.

La conseguenza più concreta di questo inasprimento è il progressivo ritiro del contingente italiano. La missione era cominciata nel 2003, all’indomani dell’invasione americana dell’Iraq: vent’anni di presenza, con il compito principale di addestrare le forze curde e supportare il governo di Baghdad. Oggi quella presenza si sta dissolvendo discretamente, senza annunci ufficiali. A Sulaymaniyah gli italiani sembrano non esserci più; a Erbil il numero è crollato a poco più di cento unità.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, ha confermato che il ritiro era già in corso prima dell’attacco, precisando che il personale rimasto verrà ricollocato via terra, i voli nella zona sono bloccati, perché la priorità assoluta è “la messa in sicurezza di tutti”. Roma ha inoltre evacuato gran parte del personale civile dall’ambasciata di Baghdad e dal consolato di Erbil verso la Turchia. Le sue parole sono state chiare: “Questa non è la nostra guerra, non l’abbiamo voluta, non ne facciamo parte“.

L’Italia non è sola in questa condizione. I principali alleati europei e il Canada hanno fatto trapelare il proprio disagio per non essere stati informati in anticipo dell’attacco americano contro l’Iran, che ha innescato l’escalation attuale. Crosetto ha ricordato che nessuna nazione al mondo era stata consultata, sottolineando come lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita il 20% dell’approvvigionamento globale di gas e petrolio, sia ora al centro di una crisi energetica dagli effetti imprevedibili per i Paesi importatori, Italia compresa.

 

 

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