Si chiamano munizioni circuitanti, ma il mondo li conosce con un nome ben più evocativo: droni kamikaze. Velivoli senza pilota progettati non per tornare alla base, ma per schiantarsi sull’obiettivo e distruggerlo insieme a sé stessi. Un’arma che, fino a pochi anni fa, sembrava roba da film di fantascienza. Oggi, invece, è al centro di alcuni dei conflitti più caldi del pianeta: l’Iran. Centinaia di esemplari hanno preso di mira Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Qatar, infrastrutture energetiche e basi militari americane. Gli Emirati hanno riferito di aver fronteggiato, nel solo weekend del 1-3 marzo, 689 droni oltre a missili balistici e da crociera.
Il modello più noto e diffuso è lo Shahed-136, prodotto in Iran dalla HESA (una sigla che sta per Iran Aircraft Manufacturing Industrial Company). Il nome, in lingua farsi, significa letteralmente “testimone della fede”. La sua forma ricorda un deltaplano in miniatura: ala a delta, fusoliera centrale lunga circa 3,5 metri, apertura alare di 2,5 metri e, sul muso, una testata esplosiva da circa 40-50 chilogrammi, pronta a detonare all’impatto.

Il cuore meccanico dello Shahed è un motore a pistoni da 550 cc, paragonabile, per cilindrata, a quello di un maxiscooter, che spinge un’elica bipala nella parte posteriore. Non è veloce: vola a circa 150-185 km/h. Non è invisibile ai radar, vola basso per sfuggirli. Non è sofisticato: la guida si affida a coordinate GPS inserite prima del decollo, e il drone le raggiunge in modo completamente automatico, senza alcun pilota umano a bordo. Eppure, grazie a queste caratteristiche di semplicità e consumo ridotto, riesce a coprire fino a 2.500 chilometri con una singola carica di carburante.
Il decollo avviene tramite piccoli razzi ausiliari che si sganciano subito dopo il lancio. L’intera struttura di lancio, fino a cinque droni alla volta, può essere montata sul cassone di un comune camion, rendendo le operazioni mobili, rapide e difficilissime da individuare in anticipo.
La filosofia alla base degli Shahed è l’opposto di quella occidentale, che punta sull’arma perfetta e costosissima. L’Iran, impossibilitato a costruire missili da crociera in grandi quantità, ha pensato a qualcosa di radicalmente diverso: un vettore economico, sacrificabile, producibile in serie. Il costo di uno Shahed si aggira tra i 20.000 e i 50.000 dollari, a seconda della versione, una frazione infinitesimale rispetto ai 2,5 milioni di un missile Tomahawk americano.
La tattica è quella della saturazione: lanciare sciami di decine o centinaia di droni simultaneamente, obbligando il nemico a intercettarli tutti e, così facendo, a esaurire rapidamente le proprie difese aeree, che spesso valgono 20 o anche 30 volte di più dei droni stessi. Non tutti raggiungono il bersaglio, ma anche quelli abbattuti assolvono la loro funzione: svuotare i magazzini avversari e creare pressione psicologica.
Dal 2022, gli Shahed hanno cominciato ad apparire sui cieli ucraini, forniti dall’Iran alla Russia. Mosca li ha ribattezzati Geran (garofano, in russo), li ha studiati e poi ha avviato una produzione propria sul territorio nazionale, potenziandone autonomia, dimensioni e sistemi di comunicazione, fino alle versioni più recenti Geran-4 e Geran-5, testate nel 2025. Nel solo 2025, secondo i dati ufficiali ucraini, la Russia ha lanciato contro l’Ucraina oltre 54.500 di questi velivoli. Zelensky, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, ha dichiarato che il drone si è evoluto al punto da poter funzionare come drone madre, trasportando altri veicoli senza pilota più piccoli.
Lo Shahed, nato come risposta asimmetrica di un paese sotto sanzioni, è diventato il simbolo di una nuova era militare in cui vince non chi spende di più, ma chi satura di più. Il futuro dei conflitti, con ogni probabilità, sarà sempre più dominato da questi martiri economici e sacrificabili, capaci di colpire ovunque, in qualsiasi momento, e a un prezzo che nessun intercettore potrà mai pareggiare del tutto.
