Avrà anche costretto un presidente americano a dimettersi, ma non era Robert Redford. Bob Woodward, leggendario giornalista investigativo del Washington Post, ha recentemente condiviso un ironico ricordo legato al cinquantesimo anniversario di Tutti gli uomini del presidente, rivelando come l’interpretazione di Robert Redford abbia condizionato la sua vita privata. Nonostante il prestigio di essere rappresentato sul grande schermo da una delle icone più affascinanti di Hollywood, il cronista ha spiegato che il confronto estetico con l’attore generò situazioni imbarazzanti durante i suoi appuntamenti galanti. Woodward ha ricordato con umorismo la delusione visibile sul volto di diverse donne che, dopo aver accettato un invito al telefono, si aspettavano di veder comparire sulla porta il divo del cinema anziché il giornalista reale.
L’occasione per queste confessioni è arrivata attraverso un’intervista rilasciata al Guardian, in cui Woodward, oggi ottantatreenne, ha ripercorso il periodo successivo all’uscita della pellicola del 1976. All’epoca il giornalista era celibe e Robert Redford, scomparso nel 2025 all’età di 89 anni, rappresentava l’ideale massimo di bellezza maschile grazie a successi come La stangata e Come eravamo.
Woodward ha descritto con precisione il momento in cui l’aspettativa delle sue interlocutrici crollava drasticamente alla sua vista: sebbene le risposte telefoniche fossero entusiaste, l’impatto visivo dal vivo si trasformava in una palese manifestazione di sconforto non appena la donna di turno realizzava che il Bob Woodward reale non possedeva le fattezze di Redford.
“Andavo lì, a casa o in appartamento, e ricordo almeno due volte questa scena: bussavo alla porta, la donna apriva, mi guardava e si percepivano dei meccanismi inconsci nel mondo sotterraneo delle aspettative che facevano pensare che fosse Robert Redford, ma in realtà ero io. La porta si apriva con un vero sorriso, poi lei mi guardava, si rendeva conto che non ero Redford e le aspettative passavano da altissime a bassissime. Ho visto la delusione diverse volte“.
La genesi del film fu altrettanto particolare. Redford contattò Woodward e il collega Carl Bernstein (marito di Nora Ephron, altra grande colonna di Hollywood) mentre erano ancora nel pieno delle indagini sullo scandalo Watergate, che avrebbe poi portato alle dimissioni del presidente Richard Nixon. Nonostante l’iniziale scetticismo dei due cronisti, troppo impegnati nel lavoro d’inchiesta per comprendere il potenziale cinematografico della loro storia, l’attore insistette sull’importanza di raccontare la ricerca della verità attraverso il loro rapporto professionale. Dopo la pubblicazione del libro omonimo nel 1974, Redford ne acquistò i diritti, dando il via a una produzione ossessionata dal realismo.

Woodward ha descritto quel periodo come una ricerca della veridicità quasi estrema, definendola realismo sotto steroidi. Il regista Alan J. Pakula visitò l’abitazione del giornalista non solo per scattare fotografie, ma per chiederne direttamente i mobili. Alcuni pezzi dell’arredamento originale di Woodward, tra cui un tavolo, una sedia e una lampada, finirono sul set per garantire che l’ambiente ricostruito fosse identico alla realtà quotidiana del cronista. Questo impegno metodico fu premiato dalla critica e dall’Academy, portando il film a ricevere otto nomination agli Oscar e a vincerne quattro, tra cui miglior sceneggiatura e miglior attore non protagonista per Jason Robards.
Nonostante le difficoltà sentimentali causate dall’ombra ingombrante di Redford negli anni Settanta, la vita privata di Woodward trovò stabilità nel 1989 con il matrimonio con Elsa Walsh. Il racconto del giornalista oggi restituisce l’immagine di un uomo capace di guardare con distacco e spirito critico alla propria celebrità riflessa, riconoscendo che essere interpretati da un sex symbol globale è un onore che comporta, inevitabilmente, qualche piccolo effetto collaterale nell’ego di chi resta dietro la macchina da scrivere. La sua testimonianza rimane un documento prezioso per comprendere l’impatto culturale di un’opera che ha ridefinito il rapporto tra giornalismo e cinema d’inchiesta.



