Può un piccolo pugno di monete costare quattordici anni di carriera? Per un’azienda bresciana la risposta è stata sì, ma i giudici non sono stati dello stesso avviso. La vicenda ha inizio nel giugno 2024, quando un dipendente, dopo aver subìto un piccolo “furto” tecnologico da parte di un distributore automatico, decide di recuperare il giorno successivo il suo resto di 1,60 euro approfittando della presenza del tecnico della manutenzione.
Il gesto non passa inosservato: un collega assiste alla scena e ne nasce una discussione. Nonostante il dipendente avesse successivamente restituito spontaneamente il denaro per evitare malintesi, l’azienda decide di procedere con il pugno di ferro. Dopo due settimane, l’uomo riceve la lettera di licenziamento. Le accuse sono pesanti: appropriazione indebita degli incassi e presunte minacce fisiche verso il collega che aveva segnalato il fatto.

Il Giudice del Lavoro, analizzando i fatti, ha smontato pezzo per pezzo la tesi aziendale. Le presunte minacce sono state declassate a un semplice comportamento “sgarbato”, mentre l’accusa di furto non è stata provata con certezza. Ma il punto cardine della sentenza riguarda il principio di proporzionalità: il tribunale ha stabilito che licenziare un lavoratore storico per poco più di un euro è una reazione del tutto sproporzionata rispetto al danno subito dalla ditta o alla gravità del comportamento.
La sentenza ha dichiarato il licenziamento illegittimo. Sebbene il rapporto di lavoro sia stato considerato concluso (l’uomo stesso non ha chiesto di tornare in un ambiente ormai ostile), l’azienda è stata condannata a versare al lavoratore un indennizzo significativo pari a 18 mensilità. Una vittoria legale che sottolinea come le sanzioni disciplinari debbano sempre essere commisurate alla realtà dei fatti, evitando provvedimenti punitivi eccessivi per mancanze di lieve entità.



