Il Governo ha stabilito che domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 si terrà una consultazione fondamentale per il nostro Paese: il referendum costituzionale sulla riforma della Giustizia. Non si tratta della solita votazione per cancellare una legge esistente, ma di un passaggio necessario per confermare o bocciare un cambiamento profondo della nostra Costituzione.
La riforma è passata in Parlamento, ma senza raggiungere quella larghissima maggioranza (i due terzi dei voti) che avrebbe reso inutile il passaggio popolare. Per questo motivo, la parola torna ai cittadini. A differenza dei referendum a cui siamo abituati, questo non prevede un quorum: non importa quante persone andranno ai seggi, la decisione sarà valida anche se partecipasse solo una piccola parte della popolazione. Ogni singolo “Sì” o “No” avrà quindi un peso specifico enorme.

Il cuore del quesito riguarda la separazione delle carriere. Oggi un magistrato può passare nel tempo dal ruolo di chi accusa (pubblico ministero) a quello di chi giudica. Se la riforma dovesse passare, questa distinzione diventerebbe netta e definitiva. Ecco i punti chiave della trasformazione proposta:
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due CSM distinti: non esisterebbe più un unico Consiglio Superiore della Magistratura, ma ne verrebbero creati due separati, uno dedicato ai giudici e uno ai magistrati inquirenti.
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Alta Corte disciplinare: nascerebbe un nuovo tribunale speciale incaricato di giudicare l’operato dei magistrati, sostituendo l’attuale sistema interno al CSM.
Il quesito sarà secco: approvare o meno il testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso ottobre. Se vinceranno i Sì, l’architettura della magistratura italiana verrà ridisegnata secondo le nuove norme; se vinceranno i No, il progetto decadrà e il sistema attuale resterà invariato.
Mentre il mondo politico si divide tra chi vede nella riforma una maggiore garanzia di imparzialità e chi teme un indebolimento dell’autonomia dei magistrati, la data di marzo resta il punto di riferimento, a meno che nuove raccolte firme in corso non portino la Corte Costituzionale a una variazione del calendario.
