La consultazione popolare sulla riforma della Giustizia, attualmente prevista per il 22 e 23 marzo, si trova davanti a un bivio legale che potrebbe stravolgerne il calendario. Al centro della contesa c’è il TAR del Lazio, chiamato a decidere se la scelta del Governo di fissare il voto così presto sia stata corretta o, al contrario, troppo frettolosa.
Il nodo del problema nasce da una questione di tempi. Lo scorso 12 gennaio, il Consiglio dei Ministri ha indicato le date per il referendum sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Tuttavia, questa mossa è avvenuta mentre era ancora in pieno svolgimento una raccolta firme parallela, promossa da un comitato che si oppone alla riforma. Secondo i promotori della protesta, guidati dall’avvocato Carlo Guglielmi, l’Esecutivo avrebbe dovuto attendere la fine del mese prima di blindare il calendario elettorale.

Il comitato per il “No” ha giocato d’anticipo, superando la soglia delle 545mila adesioni ben prima del previsto. Questo successo permette loro di presentare un quesito alternativo in Cassazione, proprio mercoledì 28 gennaio. Si tratta di una data cruciale per due motivi: da un lato verranno depositate le firme fisiche e digitali presso la Suprema Corte; dall’altro, il TAR del Lazio comunicherà se accogliere o meno la richiesta di sospensione urgente della data del voto.
Se i magistrati amministrativi dovessero dare ragione ai giuristi, l’effetto sarebbe immediato: la delibera del Governo verrebbe “congelata” e il referendum di marzo subirebbe un inevitabile rinvio. La tesi dei ricorrenti è semplice: non si può votare su un quesito quando il popolo ne sta legittimamente proponendo uno diverso e concorrente.
In attesa del verdetto, che dovrebbe arrivare tra mercoledì e giovedì, resta alta la tensione istituzionale. La procedura si è fatta ancora più serrata per evitare che la consegna delle firme si incroci con l’apertura dell’anno giudiziario. Se il tribunale confermerà la sospensiva, la partita sulla Giustizia ripartirà da zero, con nuovi tempi e, probabilmente, una nuova sfida nelle urne.



